La rivoluzione nello sport: USA (volley) e Milan (calcio)

Posted By on Giu 18, 2017 | 0 comments


Matteo Quaglini

Le due squadre rivoluzionarie del calcio e della pallavolo. Il Milan di Sacchi dell’immaginazione al potere dal tratto anticonformista olandese e gli Stati Uniti di Doug Beal e del mito imperituro Kiraly, portatori, sul parquet di pallavolo, del gioco super specializzato realizzato per sconfiggere l’ideologia dell’universalità, cara ai dioscuri sovietici.

Il primo carattere che le accumuna è questo: la filosofia eretica. Entrambe hanno portato una visione del gioco esterna all’ortodossia. Ed entrambe, con la forza magica dei visionari, l’hanno saputa imporre. Il Milan l’ha fatto introducendo, nel campionato della marcatura a uomo, la zona-pressing olandese.

Gli Stati Uniti hanno realizzato la loro suggestione, ribaltando il concetto pallavolistico: non più l’universalità dei ruoli di scuola russa dove tutti sanno fare tutto dalla ricezione all’attacco, ma la specializzazione dei ruoli e dei compiti dove ciascuno è un ingranaggio della squadra ed esegue il suo colpo migliore. Una serie di specializzazioni che diventano linea meccanica complessiva, dove è il gioco a imperare non i giocatori: come nell’eretico credo di Sacchi. Fordismo e socialismo dello sport. Il Talento messo nella meccanica di gruppo. Mitologia ed esaltazione dell’addestramento e della tattica.

Tutto questo sono stati il Milan e gli Usa della pallavolo quasi nello stesso tempo, la metà degli anni ’80, rappresentanti di uno degli ultimi scontri ideologici nello sport: i conservatori di alto livello difensori dei canoni tradizionali contro gli eretici portatori del nuovo, gli studiosi della scienza tattica, i costruttori di squadre non di gruppi.

Il gioco, pur nelle chiare differenze, è stato lo stesso. Fondato sull’aggressione, sul ritmo alto, sul concetto di giocatori attivi e non passivi, sull’attacco della palla, sull’innovazione tattica. Un esempio per tutti: l’idea della difesa. Un sistema per Sacchi e Beal dove non aspettare la mossa dell’avversario ma prevenirla, inibirla, aggredirla. Da qui l’aggressione con due o tre giocatori sul portatore di palla nella metà campo avversaria con il fuorigioco del Milan europeo, quasi identica all’idea di difesa aggressiva a tutto campo degli Usa dove nessun pallone è impossibile da difendere ed anzi il primo passo verso il contrattacco, simulacro della filosofia delle ripartenze corte di Gullit e Van Basten.

Se il gioco ha li stessi principi è perché Sacchi e Doug Beal si somigliano. Due studiosi, due perfezionisti che hanno fatto della ripetizione ossessiva la loro forma di insegnamento, due che hanno pensato ai singoli movimenti e ai loro sincronismi, ai tempi di esecuzione che sia nel Milan che tra le fila americane dovevano incontrare il punto perfetto tra l’inizio dell’azione data dal collettivo e la sua fine, magistralmente affidata al gesto tecnico individuale di Kiraly o Van Basten, di Timmons o Donadoni.

Il tempo è stato un elemento comune. Per le squadre, che con questa eresia sono state nel Santo Graal dello sport per pochi anni: 4. Ma anche per gli allenatori che non hanno ritrovato più le visioni dei giorni magici, una volta tornati. Sia Sacchi che Beal allenarono di nuovo, nel 1997, la storia che avevano forgiato ed entrambi non seppero ricostruire un nuovo sogno.

Un sogno che accomuna due superbe squadre anche nella mitologia di rivali e critici. Chi impone un’idea nuova si scontra con i grandi avversari dell’ordine costituito. Per il Milan furono Maradona e il Real Madrid, per gli Usa la grande URRS di Savin, Sapega e Zaytsev . Vincendoli, non arrivarono solo i titoli ma si affermò la leggenda.

La stessa che i grandi critici, Brera e Platonov, giudicavano male mentre sotto i loro occhi di puristi si sviluppava in tutta la sua forza. Se il più grande giornalista sportivo italiano di tutti i tempi e uno dei più grandi allenatori di pallavolo di sempre avevano da ridire sul futuro, questo voleva dire che quel futuro era destinato alla storia. Per questo Milan e Usa hanno insegnato un’altra via del gioco, affermando, la teoria più grande, che è possibile percorrerla.

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