Centravanti e opposti

Posted By on Nov 10, 2017 | 0 comments


di Matteo Quaglini

 

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. L’immagine più suggestiva di una partita, l’atto che risolve. Il fuoco sacro della vittoria racchiuso dentro il gesto tecnico della sintesi superba, il gol o la schiacciata decisiva. Ci sono solo due uomini che nel calcio e nella pallavolo possono raccontare tutti questi tratti, tutte queste suggestioni: sono il centravanti e l’opposto.

Gli obici caricati a pallettoni dai tiratori, i cannoni di Wagram con cui Napoleone distrusse gli austriaci, i lanzichenecchi che devastano Roma, la città inattaccabile. Mentre giocano la partita il centravanti e l’opposto sono tutto questo: forti come gli obici, decisivi come le cannonate dell’orco corso, capaci di superare tutti gli ostacoli come l’orda germanica che prese Roma nel ‘500.

Duri anche come l’ispettore Callaghan o taglienti come la katana di Kill Bill. I dieci rifiniscono e ricamano, loro concludono e vincono. Individualisti che chiudono il lavoro collettivo calcistico o pallavolistico. Eremiti per minuti e campioni nell’attimo.

Dal 1980 in poi questo parallelo tra i due ruoli è possibile. Prima no, perché nella pallavolo internazionale dominava l’Urrs dell’universalità dei ruoli, tutti fanno tutto. Poi vennero gli americani del self made man e nacque la specializzazione e con essa: l’opposto. Quello che tira, tira, tira a tutto braccio senza pensare alle mani del muro avversario.

Il centravanti nel calcio, invece, c’è sempre stato, sin dagli albori quando erano 10 attaccanti. Il ruolo imperituro, nonostante rivisitazioni, ha sempre affascinato forse perché ciascuno di noi nella vita per una volta almeno ha voluto attaccare il tempo, le cose, i sentimenti.

E allora tra il passato prossimo e l’oggi contemporaneo possiamo trovare grandi centravanti e grandi opposti che si somigliano. A Roma ha giocato per tre periodi diversi Osvaldo Hernandez, un campionissimo. Da Cuba: Potente e agile, atleta olimpico nel salto e acrobatico. Uno che in se ha racchiuso, in questo gioco d’immaginazione, Chinaglia, Batistuta, Pruzzo e Vieri i quattro fuoriclasse del gol nelle due rive eretiche del Tevere.

Se Hernandez è stato un trascinatore come i nove delle imprese immortali di Roma e Lazio, allora Steve Timmons l’esarca americano che insieme a Kiraly ha governato l’altra capitale della pallavolo Ravenna, è stato il Paolo Pulici della mitica Messaggero. Acrobatico come Paolino. Spregiudicato nell’attacco come Pulici lo era nel colpo di testa a volo d’angelo.

Nei giorni del compleanno di Riva, il rombo di tuono tra gli opposti nella pallavolo potrebbe essere stato Joel Despaigne, l’asso cubano ultimo ad arrendersi nel finale del mondiale 1990 contro l’Italia di Velasco. Lo chiamavano “El diablo” un’iradiddio, proprio come l’immenso Gigi Riva, scritto tutt’attaccato per rendere l’idea del rumore che facevano i suoi passi durante la rincorsa d’attacco. Sembra di vederli insieme, Riva e Despaigne mentre alti in volo, inattaccabili e maestosamente soli, schiacciano o calciano in rovesciata la palla della vittoria.

Dalla Serbia arrivò nel 2000 in Italia un fuoriclasse della pallavolo moderna: Ivan Milikovic. Il simbolo della grande pallavolo slava riconsegnata all’epoca dorata del ventennio ’60-’80 dal rally point system, chi tira più forte vince, sempre.

Ivan, nome da re autocratico ha avuto la potenza nelle gambe di Rumenigge e la determinazione ossessiva per il punto di Cristiano Ronaldo, e come i due più grandi centravanti esterni del calcio moderno ha giocato sempre e solo per vincere. Appunto. Ha avuto nelle pieghe del suo stile di gioco la classe essenziale di Careca e la partecipazione totale di Marco Van Basten.

E oggi? Chi ci suggestiona, chi con un singolo attimo decide minuti e minuti di partita? Vari i nomi: Icardi, Higuain, Dzeko, Suarez e Cavani per il calcio continentale e Zaytsev, Il brasiliano Wallace, Aleksandar Atanasijevic da Belgrado, la città della grande e fascinosa Stella Rossa, fino risalendo più a Nord, nella città che gli Zar amavano per la sua cultura: Mihajlov da San Pietroburgo per la pallavolo.

Slavi e sudamericani, fateci caso. Il gol o il punto che vale un titolo vengono da poli opposti che si toccano qui in Europa. Tutti insieme sono i re del gioco diretto, della conclusione precisa e letale. Quando Julio Velasco a metà anni novanta sosteneva, in una storica disputa con Platonov, la centralità dell’attacco tutti si guardavano esterrefatti…ma come se domina il modello americano della specializzazione e della ricezione? Un po’ come fino a poco fa nel calcio, con lo spazio elevato a giocatore dal Barcellona. Quando tutto questo avveniva, Velasco era già avanti. Come oggi lo sono quelli che hanno rimesso il centravanti.

L’istinto di Icardi dentro l’area è uguale alla forza di Mihajlov, il grande russo che a suon di schiacciate ha riportato la Russia sul tetto d’Europa, quattro anni dopo l’ultima gloria.maxim-mikhaylov-russian-volleyball-player

Già la gloria. Un tempo italiana nel calcio e nella pallavolo, con Zorzi e Vialli, con Meazza e Vieri. Nomi  e leggende, che Immobile e Belotti ridisegnano con minor classe ma tanta voglia e coraggio. Lo stesso che mise Olof Van der Meulen, che gli somiglia, opposto dell’Olanda ’92-’96, a Barcellona prima e Atlanta poi, quando con una schiacciata finale estromise il Dream Team di Velasco dalla vittoria.Zorzi Andrea

Già la vittoria, il gol e il punto. Van der Meulen con quell’azione a battere i più grandi, insegnò a tutti che il sogno da bambino di ciascuno di noi di fare una volta almeno nella vita l’attaccante è giusto. Perché l’occasione di fare gol o punto arriva. Bisogna solo stare lì e coglierla, da centravanti o da opposto.

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