Storie Mondiali : Pelé un dieci mondiale

Posted By on Lug 9, 2018 | 0 comments


Di Matteo Quaglini

Il 23 ottobre del 1940, in tempo di conflitti disumani, il mondo conobbe Edson Arantes Do Nascimento un uomo che sarebbe passato alla storia del calcio con un nome semplice e immortale, Pelé.

Nacque a Tres Coracoes una città del paese, per eccellenza del calcio e dei fuoriclasse, il Brasile. E dal Brasile ricominciò il cammino della storia del mondiale che la guerra più devastatrice dell’umanità aveva interrotto con le sue oscurità e le sue violenze. Quel mondiale, dell’anno del signore 1950, il Brasile lo perse contro l’Uruguay di un grande numero dieci come era Juan Alberto Schiaffino il “Deus ex machina” della “Celeste” la squadra capace di vincere, in contropiede, il mondiale destinato al Brasile non ancora magno.

Poi venne il 1954, la Svizzera come paese ospitante e per la prima volta fu la televisione a trasmettere un campionato del mondo nonché le gesta di un colonello: Ferenc Puskas. Il capitano dei magiari, l’erede del grande Sarosi, l’unico capace di dialogare senza remore col “caudillo” Di Stefano. Ma anche uno dei tre numeri dieci assieme a Cruijff e Platini che hanno vissuto la grandezza, amara e malinconica, del delight negativo di non vincere un mondiale.

Nel 1954 Pelé aveva quattrodici anni e già sognava il calcio per le strade del suo Brasile per il quale giocherà, entro i suoi sterminati confini,  in eterno vestito del bianco luminoso del Santos. Nel 1958 è l’ora sua con la maglia del Brasile e l’incoscienza del diciottenne che da subito prenderà la scena, sui terreni del Nord-Europa, per riconsegnarla agli eredi nel 1970 quando la coppa Rimet apparterrà per sempre al Brasile e al suo calciatore più grande.

Lo mette in squadra un grande allenatore Vicente Feola nome tutelare del nascituro, stavolta si, magno Brasil. L’esordio mondiale avviene il 15 giugno del 1958 a Göteborg con l’U.R.S.S. Feola crede in lui che è uno sconosciuto e gli affida la maglia più importante del calcio brasiliano: la dieci. Ha avuto il tempo di studiare, il giovane Pelé, dalla panchina nelle prime due panchine con Austria e Inghilterra. Alla terza nasce l’attacco che vincerà il mondiale, lui vicino a Didì, Vavà, Garrincha e Mario Lobo Zagalo altro fondatore della grandezza della squadra più vincente della storia dei mondiali.

Quattro giorni dopo, il 19 giugno del ’58, arriva il primo gol di Pelé contro il Galles ed è il gol partita che porta il Brasil in semifinale. E’ un momento di confine nella storia calcistica brasiliana fino ad allora nelle precedenti cinque apparizioni il massimo che il Brasile ha saputo raccogliere è stato un terzo e un secondo posto, ora occorre qualcuno che prenda in mano la situazione e sovverta le decisioni della storia. pele_title_pic

Quel qualcuno che porta per la prima volta in finale il Brasile è un ragazzino dotato di una tecnica perfetta, di una coordinazione eccellente, di un controllo della palla magnetico, di un senso del gioco nato nelle strade il posto in cui, prima, si imparava a giocare. La Francia, la prima di qualità tecnica alta della sua storia, di Kopa, Pinatoni  e del “bomber” Fontaine viene battuta 5-2 con tre gol del grande leone nero. Il Brasil è a un passo dal trionfo.

La finale del 29 giugno contro la Svezia dell’uccellino Hamrin, del professor Gren, del barone Liedholm e di Skoglund è in pericolo solo nel primo quarto d’ora quando Liedholm d’alto della sua classe segna l’1-0 per i grandi svedesi. Il Brasile però è da sempre attacco e in quel mondiale questo suo mantra, che delle volte lo porterà all’eccesso, è suffragato dalla tattica. Il 4-3-3 diventa 4-2-4 e viceversa grazie alla duttilità di Zagalo non ci sono punti deboli e poi c’è lui, Pelé. Due gol, il secondo dei quali racchiude tutto il suo genio calcistico. Pallonetto davanti il difensore e giro intorno al corpo, pallonetto sul secondo e giro intorno al corpo, pallonetto sul terzo e terzo giro in attesa del gesto finale, palleggio, palleggio, palleggio di coscia e poi tiro. E poi gol. E poi campioni del mondo. E poi solo balli, feste, sogni per il grande Brasile.

Nel 1962 i campioni in carica arrivano in Cile per rivincere il mondiale, Pelé è il fulcro e il motore della squadra. Gioca e segna nella gara d’esordio contro il Messico, ma la sorte è dietro l’angolo. Contro l’ultima grande Cecoslovacchia della storia, O’Rey a Vina Del Mar si fa male e esce per infortunio. Non rientrerà e lo sostituirà Amarildo grande e irrequieto campione, capace di due gol in finale contro gli eredi di Puc e Planika che confermeranno il Brasile bi-campione uguagliando l’Italia dei moschettieri.

Non è stato il mondiale di Pelé, l’appuntamento allora è per Londra 1966 nella patria del football. E’ il mondiale delle novità tecniche in fatto di squadre: il Portogallo della pantera nera Eusebio, la Germania dei giovani wagneriani Beckenbauer e Overath, L’U.R.S.S del ragno nero Yashin. Per il Brasile il nemico, come nella Tempesta di Shakespeare, è alle porte.

Pelé esordisce il 12 luglio a Liverpool contro la Bulgaria vincendo e segnando il gol d’apertura raddoppiato poi dall’amico Garrincha. Sembra l’inizio del terzo trionfo, la finale con l’Inghilterra è già scritta per qualcuno, ma ancora una volta l’infortunio è l’unico avversario che sa marcare il “dieci”. Uscito malconcio dalla partita contro il campione bulgaro Asparoukov, O’Rey salta la successiva partita con l’Ungheria dei campioni Albert e Bene, 3-1 per i magiari e Brasile nei guai.

Recuperato in tutta fretta per lo scontro decisivo con il Portogallo, Pelé gioca, come farà Ronaldo a Parigi ventidue anni dopo, in condizioni impossibili e arriva la disfatta. Il Brasile è fuori dal mondiale, Eusebio, il Vasco De Gama del calcio portoghese, l’ha battuto.

Quattro anni sono tanti e nel calcio apportano cambiamenti sostanziali. La Federazione brasiliana deve fare qualcosa per riportare il Brasile dove deve stare, sul pennone più alto del podio. Chiamano Jorge Mario Lobo Zagalo, l’allenatore della rinascita. Tra campioni del mondo ci si capisce, tra ex compagni ci si intuisce, tra grandi si scorge la metà sapendo che ci si arriverà a tagliare il traguardo. La mente dell’ex ala tattica di Feola al mondiale ’58 e i piedi, divini, del leone nero: nasce il Brasile dei cinque numeri 10, il più grande di sempre.

Pelé ha trent’anni ed è il faro del gioco e il coordinatore degli altri quattro fuoriclasse Gerson e Rivelino i tiratori da lontano, Jairzinho veloce e inafferrabile, Tostao versione brasiliana di Hideguti e Bobby Charlton. Una squadra composta da tutti attori da premio oscar, come se Michelangelo, Pinturicchio, Leonardo Da Vinci, Mozart e Bach fossero tutti insieme a spiegare e studiare l’umanità.

Cinque partite, nel fortino di Guadalajara, cinque vittorie. Fino ad arrivare alla sesta ottenuta il 21 giugno del 1970, davanti a 107.000 persone, nel mitico stadio Azteca, quello di Italia-Germania 4-3, proprio contro gli azzurri che alla magniloquenza dei dieci brasiliani opposero la controversa staffetta Mazzola-Rivera.

A Citta del Messico, la vecchia Tenochtitlan prima dell’arrivo cinquecento anni prima di Hernando Cortes, Pelé favoleggia e mette il suo sigillo. Rimessa laterale di Tostao, cross alto e teso in area di Rivelino, stacco altissimo di Pelé che rimane in aria con Burgnich che tenta alla disperata di allungare la mano. Gol, l’undicesimo nella sua storia al mondiale. La più grande delle sue segnature, la più importante, quella che dandogli la terza medaglia mondiale, lo incorona definitivamente O’Rey, il Re, del gioco più bello del mondo.

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