Storie Mondiali : Rivoluzione d’Olanda, nasce in Germania il gioco mondiale olandese

Posted By on Lug 17, 2018 | 0 comments


Matteo Quaglini
Una rivoluzione si sa vuole cancellare il presente e imporre il futuro, declinando i suoi talenti. Il talento in un mondo che abbandona il suo passato, è tutto. E tutto ruota intorno ai suoi tratti eretici, ai suoi pensieri non convenzionali, alle sue visioni geniali, ai suoi sogni per altri irrealizzabili mentre per i rivoluzionari sono già realtà. I rivoluzionari francesi alla Danton, alla Saint-Just, alla Marat o nella versione dell’incorruttibile Robespierre sapevano, già prima che i fatti li portassero a sovvertire il mondo vecchio, che ce l’avrebbero fatta a crearne uno nuovo. E nel mondo nuovo gli innovatori si muovono a loro agio, navigando forte nel mare del cambiamento. Navigano e tracciano rotte sconosciute e incomprensibili ai più, ma nella loro mente chiarissime e piene di gloria. Una gloria, nel calcio, dal sentimento libero di stampo olandese. Tutto questo grande quadro della diversità di pensiero e di azione è stata l’Olanda eretica e magnifica del 1974: la rivoluzione fatta calcio, l’impossibile reso possibile, il sogno realizzato e non solo sognato, il gioco immaginifico e bandiera di un nuovo modo di essere.
La grande rivoluzione esistì veramente e sconvolse il mondo del pallone come quelle persone magiche dagli occhi grandi e vivi che corrono forte incontro alla vita e nella loro imprevedibilità ricordano agli altri che i sogni esistono per essere realizzati. Ricordano, a chi le guarda con gli occhi piccoli dell’amore, che è bellissimo provare a stare al loro passo.Olanda-Germania-Est-2-0-Neeskens-apre-le-marcature

Il passo dell’Olanda di Rinus Micheles era forte e veloce, un’armata che marciava senza timori e paure convinta com’era d’insegnare lo sconosciuto, di trasmettere la modernità, di rompere il muro del calcio statico, di solcare il mare della tattica introducendo nelle sacre scritture del football il sole della zona pressing. Ciascuno di quei pirati del tempo, oscuro e affascinante, contribuiva a dare anima e personalità all’Olanda una squadra che prima di quel mondiale era anonima e grigia e che diventò, per tutti, l’arancia meccanica espressione di genio e talento estremo.

Quando arrivarono in Germania, nel paese dell’efficenza e dell’ordine assoluto, gli olandesi non avevano una storia al mondiale: sempre eliminati, senza un pedigree internazionale, battuti anche da Belgio e Svizzera allora due squadre non certo fortissime.
Eppure col tempo e le idee di Rinus Michels, le cose erano cambiate. Dalla metà del anni ’60, i favolosi anni del risveglio culturale, l’ex-attaccante Rinus era divenuto il demiurgo del gioco totale, dell’universalità dei ruoli, del talento lavorato e levigato nell’officina della disciplina, ne nacque un capolavoro alla Michelangelo. Un progetto tecnico alla Leonardo da Vinci. Un lavoro che trovò nella coppa dalle grandi orecchie, il suo laboratorio.
Il grande teatro dei campioni quello della coppa più agognata aveva ora, nei commercianti d’emozioni olandesi, i nuovi padroni: Ajax e Feyenoord. Il cuore dell’Olanda a Germania ’74, pulsava delle venature aristocratiche di Wim Van Hanegem capitano dei ragazzi di Rotterdam e di quelle visionarie dei cavalieri di Amsterdam Krol, Muhren, Rep e su tutti lui il grande cerimoniere Johan Cruijff.
L’alfiere preferito del mentore Rinus, l’uomo e il giocatore che dopo tre coppe dei campioni consecutive aveva imposto il suo magistero in Spagna nella calda Barcellona, quattrodici anni dopo di nuovo campione, anche allora indipendentista dalla Madrid degli ultimi fuochi di Francisco Franco, il caudillo.
Una squadra legata ad un concetto, il gioco totale. A un’idea, tutti sanno fare tutto. A un numero, il quattrodici del loro più grande dioscuro. A un sogno, portare nel calcio il socialismo della libertà.
Una squadra fatta da uomini che, tra di loro, non si amavamo. E che non lo nascondevano. Gerry Muhren e Piet Keizer mal sopportavano gli out-out del divo Cruijff che cominciò da li, forse, a essere raccontato dalla storiografia del football, come il grande dittatore. Anche Rep, Rensenbrik e Neeskens, l’altro grande “Giovanni” della squadra, facevano vita a se correndo per le strade dei loro singoli sogni. Ma la grandezza di quella squadra, che cambiò il calcio, stava proprio nel fare delle contradizzioni di ciascuno un unico grande monolite, dal colore arancione.
Era uno dei dieci comandamenti del “profeta Rinus” tutti devo giocare al fianco dell’altro credendo nelle proprie e nelle altrui qualità e nella vittoria di squadra. Qualcosa di più che l’idea di vincere una semplice partita. Vennero in Germania, questi radicali del gioco offensivo, e all’inizio vinsero, come Cesare in Gallia.
Tra Dortmund, Dusseldorf e Hannover due vittorie con Bulgaria e Uruguay e un pareggio dal sapore svedese. Poi il girone di semifinale: 4-0 all’Argentina, 2-0 alla Ddr e ancora 2-0 al magno Brasil. In finale, dunque. In finale per affrontare la Germania depositaria contraria del calcio conservatore e utilitaristico. Una partita da novecento puro, ideologica e teatrale come un film di Stanley Kubrik.
Una partita tra fuoriclasse contro perchè i tedeschi schieravano, tutti insieme i loro lanzichenecchi, eredi di Roma antica, figli di Carlo Magno, giocavano sicuri e disinvolti il Kaiser Franz Beckenbauer, il maoista Paul Breitner, l’invalicabile portiere Sepp Maier, il principe aristocratico di Colonia Wolgang Overath, l’asso del centrocampo Uli Hoeness e il bucaniere delgol Gerd Muller.
Vinsero i tedeschi 2-1 in rimonta. Non si arresero, come nel loro costume, al palleggio ossessivo olandese del primo minuto che portò Crijjff a cadere in area e Neeskens a segnare il gol dell’Olanda campione del mondo.Rigore NeeskensNon fu cosi, la Mannschaft aveva di nuovo battuto, vent’anni dopo l’Ungheria di Puskas, i depositari del gioco della modernità. Ma gli olandesi, che perderanno la finale anche a Buenos Aires quattro anni dopo, furono anch’essi campioni. Imporre uno stile di gioco che ha caratterizzato gli ultimi quarant’anni di calcio, non è forse più grande che essere “solo” campioni del mondo?

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