Argentina ’78, la vittoria del Caudillos

Posted By on Lug 24, 2018 | 0 comments


Matteo Quaglini

Vento argentino dalla folata acre che sa di vittoria. E’ la sensazione finale dolce e malinconica all’ora del trionfo che lasciò l’Argentina campione del mondo 1978, quella guidata nel “banquillo” da Luis Cesar Menotti e sul campo dal “Caudillo” per eccellenza del calcio argentino anni settanta Daniel Alberto Passarella.

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Quell’Argentina era un vento aspro, una folata spigolosa, un turbine pungente, un vento di tramontana. Era un vento perchè come il vento arrivò improvvisa sul cielo limpido del calcio mondiale. Da dieci mondiali l’Argentina sognava di vincere senza mai riuscirci e avvicinandosi una volta sola, alla prima edizione quella giocata nel vicino Uruguay. Una finale nel 1930 , un goleador Stabile che fu il primo nella storia del mondiale e poi poco d’argentino per i successivi nove. Un meteora che ragionava come un pianeta del sistema solare. una comparsa che già si credeva un grande attore. Un tutto per essere niente, sinneddoche povera del calcio.

I referenti massimi del calcio anni ’70 a livello di coppa del mondo erano altri: la Germania campione del mondo in carica e vice campione d’Europa, l’Olanda del calcio totale che era passata da un santone cardinalizio come Rinus Michels a uno gotico e ancestrale come Happel. Il resto era altalena. Il Brasile respirava vivendo con lentezza il dopo Pelè, L’Inghilterra nonostante Don Revie rimaneva ancorata chissà a quali misteri di inespressione calcistica mentre il calcio latino era come il pendolo di Edgard allan Poe, oscillante senza però essere come nel racconto tagliente. La Spagna era provincia in cui anche Real Madrid e Barcellona arrancavano, la Francia cominciava il suo cammino verso la maturità giusto vent’anni dopo Just Fontaine, un giovane ragazzo di origini italiane ne era il manifesto rivoluzionario si chiamava Platini e sarebbe diventato Roi Michel. L’Italia aveva chiuso con il suo passato di classe e dualismo senza più Mazzola, Rivera, Burgnich, Capello, Chinaglia ricominciava dall’illuminismo di Bernardini e poi proseguiva con il pragmatismo di respiro internazionale di Enzo Bearzot, il vecio.

In questo universo di stili sognava l’Argentina della generazione dei “Caudillos”. Sognava di essere finalmente nuova, finalmente vicente, finalmente vicina e nel cuore del popolo argentino. Oltre ai due condottieri Cesar e Daniel rappresentati estremi delle due anime della squadra, quella filosofica e quella guerresca, si muovevano nella “cancha” gli altri mariscales del calcio argentino. Il piccolo e sgusciante Osvaldo Ardiles, il bomber mondiale Mario Kempes erede di Stabile, Leopoldo Luque centravanti baffuto, Gallego il duro, Tarantini il talento sinistroso e Osvaldo Matildo Fillol “El mejor arquero del mundo” per dirla con la voce degli argentini. Erano uomini con un sogno e un peso da portare: vincere nella loro terra. Vincere e riconquistare l’onore perduto per dieci mondiali. Vincere e difendere l’imbattibilità sudamericana dall’Europa arrenbante.

Il mondiale d’Argentina del 1978 visse tra due contrapposizioni forti. L’aumento da 53 a 106 delle Federazioni partecipanti ai tornei di qualificazione, il doppio di Inghilterra 1966 e la questione politica. Il Peronismo e la sua effige Peron erano finiti da poco e da poco si era insidiato un’oscuro signore, Videla. Era il tempo dei colonelli, della dittatura militare, dei “Desaparecidos”, di Plaza de Mayo e del calcio come strumento di propaganda.

Fu un mondiale difficile, gotico, controverso in questo senso. Ma i giocatori di quell’Argentina hanno sempre dichiarato che giocavano per il popolo e per loro, non per la politica. Non mancarono gli aiuti e i dubbi, per un mondiale che era diventato un vento ispido. Un vento che l’Olanda provò a fermare e che l’Italia seppe battere in una gara storica a Mar De Plata. Vinsero gli italiani con un gol di Bettega dopo un triangolo magistrale con Paolo Rossi già Plabito nella terra della lingua di Spagna. Vinsero gli uomini di Bearzot e confinarono l’Argentina nell’altra grande cattedrale del suo calcio, Rosario. La città del Newell’s Old Boys, che sarà poi culla di Marcelo Bielsa e Leo Messi.

Da quella vittoria nostra cominciarono le magie argentine. Forse loro volevano perdere per non incontrare nel secondo girone Germania e Olanda, che invece toccarono a noi. Forse trovando un Brasile imbattuto ma non trascendentale si sentivano più sicuri della finale. E così fu, mentre l’Italia giocava benissimo ma incappava in due obici “orange” che consegnarono il divino Zoff alla critica più miope, loro, gli argentini andavano in finale.

Un 6-0 al Perù che ancora oggi desta sospetto e maldicenze. Troppo arrendevoli i peruviani e non corretto giocare già sapendo il risultato del Brasile. Ma il destino voleva una finale Argentina-Olanda, per assegnare la coppa a chi non l’aveva mai vinta. Gli olandesi avevano cominciato male, quasi fuori nel giorne con Iran e Scozia si erano ripresi guidati da Rensenbrik, Krol e i gemelli De kerkhof. Non c’era Cruijff: l’Europeo perso due anni prima l’aveva deluso e il suo influsso magnetico era finito. In più un uomo libero come lui che faticava ad accettare la Spagna franchista non riusciva proprio a vedersi giocare in luogo di Caudillos. Ancora una volta il mondiale ’78 univa la politica la calcio.

Il 25 giugno 1978 a Buenos Aires con tutta l’Argentina a vedere, entravano al Monumental Argentina e Olanda con le loro migliori formazioni. Fu una finale che si risolse con una folata di vento per l’appunto. Al ’90esimo Rensenbrik tirò fortissimo alle spalle di Fillol, nemmeno lui il mito poteva intercettare quel pallone. Forte, dritto, angolato. Ma il mondo si sa confina la vittoria o la sconfitta nei centimetri. Fu palo e furono supplementari. Li il vento cambiò e fu argentino: nei capelli lunghi di Mario Kempes.

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Un gol di carabola per scrivere il nome dell’Argentina campione del mondo per la prima volta. Per dare ai “Caudillos” il loro primo maresciallato in battaglia. Per battere l’Olanda allenata dal miglior coach ma non in grado del miglior gioco. Argentina ’78 fu vinta da una grande generazione di giocatori. Erano i figli dell’estetico River, dello stradarolo Boca, dell’accademico Estudiantes, del duro Independiente, erano i figli del vento e non di Videla.

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