Città del Messico 1986: Maradona, “El Barrilete Cosmico”

Posted By on Ago 8, 2018 | 0 comments


Di Matteo Quaglini

Stadio Azteca di Città del Messico, minuto cinquantacinque, Diego Armando Maradona ha la palla incollata sul sinistro. Gli occhi dei 114.580 spettatori assiepati sulle tribune dell’agorà messicana guardano tutti lui, “El Pide” del calcio mondiale. Nessuno sa cosa farà. Nessuno sospetta minimamente quello che sta passando nel cuore del grande e controverso numero dieci. La porta di Peter Shilton è lontana, settanta metri più o meno. Lui invece che per una giocata manovrata con gli altri compagni, opta per l’istinto. E comincia l’assolo più famoso della storia del campionato del mondo. Gli inglesi vengono saltati uno a uno, la palla non si muove dal suo piede divino, mentre Victor Hugo Morales narra con enfasi cadenzata l’epica cavalleresca dell’irriverente Diego.

“Alla fin della tenzone, io tocco” diceva Cyrano de Bergerac un altro che di avventure impavide se ne intendeva. Una volta entrato in area con tre inglesi col fiato sul collo, Maradona saltò il portiere e mise in rete il gol più bello di sempre. La firma sul secondo mondiale vinto dall’Argentina. Il segno della sua immensa classe. Il manifesto del suo genio calcistico. L’Affondo spadaccino al cuore dell’Inghilterra imperialista e devastatrice delle isole Falkland –Malvine. La sineddoche, in un unico guizzo, del tutto.

In pochi secondi Maradona fu tutto questo, complesso e semplice come un quadro di Salvator Dalì. Era l’impronta indelebile sulla vittoria.

Victor Hugo Morales dalla sua cabina radiofonica lo definì e domandò “Barrilete cosmico, de qué planeta viniste?” L’aquilone che volando radente al suolo aveva battuto tutti: inglesi, belgi e tedeschi. Fu il mondiale della consacrazione perché Diego Armando Maradona si caricò sulle spalle e sul sinistro un’Argentina non certo favorita e, inoltre, profondamente vilipesa dalla stampa nazionale.

Una squadra ritenuta modesta, impreziosita solo dal talento impavido del suo condottiero e dal passo lungo e forte di Jorge Valdano. Dell’Argentina dei “Caudillos” di Menotti e Passarella non c’era niente: mancava la classe, la personalità, il gioco. Il pessimismo la faceva da sovrano, manifestandosi come sentimento d’inferiorità rispetto alla Francia di Platini, al Brasile delle stelle Zico, Socrates e Careca, alla solita Germania da battaglia.

Come Vittorio Gassman nei suoi spettacoli teatrali, Maradona nel momento più difficile e astiosamente diffidente salì in cattedra dall’alto della sua classe alimentata dal talento del “Barrio” povero della Buenos Aires anni ’60 e anche, dal suo spirito aggregante in grado di aiutare sempre i compagni bisognosi del suo apporto. Un gol sul palo lungo a Giovanni Galli nella partita con l’Italia nel girone, la partecipazione ad uno dei tocchi decisivi per liberare Pasculli nell’1-0 all’Uruguay negli ottavi più infuocati di Mexico ’86, due gol al Belgio di Jean Marie Pfaff uno più ardimentoso dell’altro e poi tre gemme tra tutta una serie di tocchi mondiali.

La prima, in ordine di tempo, fu la “mano de Dios” all’Inghilterra. Gli inglesi ancora oggi sono indignati per esser stati “Gabbati” da un gesto ladresco. Ma di fronte ad Arsenio Lupin, l’investigatore diventa gioco forza un second’attore. Il secondo gesto fu il lancio, all’86 minuto, per Jorge Burruchaga ala argentina di stanza a Nantes autore del gol del 3-2 quello della vittoria mondiale. Fu una “fuga per la vittoria” propiziata nell’unica giocata di Maradona in quella finale. Circondato da tre tedeschi, ma liberato dalla marcatura a uomo di Matthaus, Diego giocò il pallone lungo nella metà campo della Mannschaft.

Il “Burro” corse forte inseguito da Briegel e nel “mano a mano” con Schumacher segnò il gol argentino più importante, al mondiale, dopo quelli di Mariolino Kempes. C’era però anche lì, la mano o meglio il sinistro diavolesco del “Diez”. Poi venne il terzo momento: quello post-vittoria.

Il momento in cui chi vince si rende conto che il viaggio, impervio e affascinante, è finito e arriva l’ora di elevarsi sopra le angherie del mondo, sopra le voci, i pettegolezzi, le invidie, le cattiverie e gustarsi il respiro della felicità. Seduto sul trono mondiale e per la prima volta al fianco dell’eterno rivale Pelé, Diego Armando Maradona con la coppa tra le braccia completò se stesso.

Era già un grande giocatore, aveva già mostrato il suo talento con le “camisetas” storiche dell’Argentinos Junior – la squadra che l’aveva lanciato – e del Boca Junior “l’Equipo” del suo “Corazon”. Era già in grado di recitare, nel grande teatro del football e a Napoli, il ruolo dell’eroe povero che batte i ricchi. Ma fu lì, a Città del Messico che divenne un fuoriclasse.

Aveva preso in mano la situazione e la squadra, aveva giocato con estro e talento, aveva messo dentro ogni pallone toccato il cuore per l’Argentina e l’impavidità necessaria a combattere il nemico più grande di ciascuno di noi: la paura di non farcela a realizzare il sogno. Qualcosa però mancava.

Mancava la felicità, l’atto finale che sublima tutti gli sforzi, il gesto che segna la vittoria. Il gesto di Maradona fu lungo un intero mondiale e fu la somma dei tocchi e dei gol segnati, un lungo piano sequenza sulla vittoria. Aveva giocato un mondiale sceneggiandolo come Stanley Kubrick, recitandolo come Marlon Brando, argomentandolo come Diego Armando Maradona, il ragazzo (El Pibe) che era stato nel teatro messicano come Gassman, come Cesare o niente.

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