La “Grandeur” della Francia di oggi è nel talento di ieri

Posted By on Ago 12, 2018 | 0 comments


 Matteo Quaglini

La Francia campione del mondo in Russia nasce da lontano. Nasce da Just Fontaine, il capocannoniere del mondiale svedese 1958, da Michel Platini le Roi per tutti i francesi della “grandeur” anni ’80. E dalla Generazione d’oro del decennio 1996-2006, quella che divenne campione del mondo e d’Europa uguagliando la grande Germania Ovest di Beckenbauer e del bomber implacabile Muller nonché del cervello di centrocampo Overath, imperatori del Sacro Romano impero chiamato campionato del mondo.

Il presente della Francia è dunque nel suo passato: una lunga serie di esperienze felici e non, per arrivare a essere nell’albo d’oro delle regine del mondo. Un ruolo che la Francia ha recitato col tempo e prendendo il “suo” di tempo, proprio come fu per la formazione della sua storia nazionale. Allora in quella che era stata la Gallia romana si insediarono i Franchi e furono i Pipinidi prima e i Capetingi poi a dare il senso di blocco unico al Regno di Francia poi consolidatosi con la divisione del Sacro Romano impero di Carlo Magno.

Nella storia del ‘900 francese del football tre furono i Pipinidi e i Capetingi cioè i fondatori della Francia oggi campione del mondo in carica: i primi accomunati nello stesso nome furono Michel Platini e Hidalgo, il “dieci” e la “mente” dell’illuminismo anni ’80 capaci di predicare la nuova identità del calcio francese finalmente aperto al talento. Poi come terzi “Padri della Patria” vennero i ragazzi della Francia multietnica di fine anni ’90.

Giocavano nell’under 21 ed erano forti e talentuosi. Rappresentavano il futuro. Erano la speranza di un domani da presa della Bastiglia, rivoluzionari della monarchia del calcio internazionale governata da Brasile, Italia, Germania. Erano il manifesto vivente che con i dribbling stretti di Zidane, il passo di Pires, il senso del gol di Trezeguet e Henry, la classe nell’opporsi all’avversario di Thuram, si potesse sognare un domani da impero napoleonico, da vincenti nel mondo.

Lo divennero nell’estata del 1998, esattamente vent’anni fa, battendo il magno Brasil di Roberto Carlos e Ronaldo, di Rivaldo e del “governatore” Carlos Gaetano Verri meglio noto come Dunga. Contro i favoriti naturali, contro i pentacampioni, contro quelli che per dinastia sono fuoriclasse per acclamazione venne fuori l’altro “dieci” di Francia, il maresciallo dell’impero: Zinedine Zidane.

Algerino d’origine, marsigliese nel cuore, girondino, riuscì laddove avevano mancato tre grandi campioni con Ginola, Papin e Cantona. Marcò il cuore dei francesi in una notte indimenticabile nella Parigi finalmente consacrata a città “mondiale”. Due colpi di testa a battere Taffarel, il Brasile e il passato nefasto che proprio lì, nella città della Tour Eiffel di Notre-Dame e di Versailles, aveva vissuto il suo senso più grande. Al Parco dei Principi, il ballo di gala della Francia 1994 era stato dominato da Israele e Bulgaria. Kostadinov e i suoi compagni eroici e raminghi avevano eliminato dai mondiali americani una Francia presuntuosa e avvolta solo da vana sicumera.

Due tratti su tutti animano da sempre i “franciosi” per usare una parola da giornate della repubblica Romana quando gli idealisti del 1848 combattevano gli imperialisti: orgoglio nazionale smisurato e l’idea di essere i più grandi. Da qui la volontà, sconfinata, della restaurazione del potere da Ancien Regime quello intravisto fino alle semifinali dell ’82 e dell’86 dalla Francia dal calcio champagne di Platini, Rocheteau e Giresse.

Pungolati nell’orgoglio l’accademia di Clairefontaine, la Corverciano francese, sfornò i ragazzi del ’98 molti dei quali giocheranno anche la finale del 2006 contro l’Italia, a Berlino. Capaci di battere l’ironia di Liberation, il giornale che dopo la Waterloo bulgara titolò: “Francia qualificata ai mondiali del 1998” e capaci di tre finali in quattro manifestazioni internazionali, seppero battere anche Spagna e Portogallo non ancora regni del guardiolismo o governati da Re Cristiano, ma già fortissime.

Era il segno di una nuova diversità con se stessi. Di una capacità rinnovata, quella di saper superare l’ostacolo e fare finalmente l’ultimo passo. I 13 gol di Just Fontaine trovarono in Pelé un avversario invincibile, le giocate talentuose e “boemie” di Platini si frenarono in un incredibile Francia-Germania a Siviglia nel 1982 e poi in Messico quattro anni dopo. La Francia dell’ultimo Zidane perse per un rigore, quando l’Italia di Marcello Lippi salì sul tetto del mondo berlinese. Sconfitte che hanno fondato, però, la competitività prima e la vittoria poi della Francia attuale. Ancora oggi, infatti, è multietnica. E’ ancorata all’idea della “grandeur”. E’ legata al talento di Griezmann e Mbappé, i dieci della contemporaneità. E’ quasi imperforabile in difesa come quella del ’98 dei marescialli di Francia, Blanc e Thuram.

Nella Francia campione del mondo e imbattuta in Russia c’è tutto il meglio del passato del football francese con una cosa in più: il contropiede. La vecchia Francia saliva nella metà campo avversaria come salivano sul campo di battaglia i soldati della Vecchia Guardia napoleonica, sempre avanti. Questa è partita da lontano e ha corso in avanti sbilanciando l’avversario, proprio come faceva Napoleone applicando la sua “manouvre sur le derriere” da contropiede puro. Strategici come l’imperatore, sfarzosi e pieni di se come il Re Sole Luigi XIV e campioni del mondo. Chapeau Cousines.

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