Siamo tutti Ddr…

Posted By on Mag 26, 2020 | 0 comments


 (di Gianluca Guarnieri) Che cosa è un anno nella vita di un uomo? Poco forse, solo 365 giorni o moltissimo, dipende dal caso. Un anno fa, in una serata di passione e maltempo, uno dei calciatori più amati salutava il suo popolo, all’apice della commozione. Daniele De Rossi andava via, lasciava la sua amatissima maglia giallorossa, ricevendo il tributo più bello, quello del suo popolo, della sua gente, che non voleva lasciarlo andare via. Furono giorni difficili e complicati, con una tifoseria esacerbata per la decisione improvvisa della società di James Pallotta di concludere un rapporto che si credeva inscindibile. Quella mattina del 14 maggio 2019  il colpo giunse all’improvviso, senza preavviso come uno schiaffo in pieno viso, lasciando tutti senza fiato. 2 settimane di tensioni e polemiche, contestazioni e rabbia. Furono giorni dell’ira, con una separazione dolorosa quanto quella di appena due anni prima di Francesco Totti, che un mese dopo o poco meno divorziò del tutto con il club di piazzale Dino Viola. Un momento di dolore per una tifoseria che proveniva da un anno di delusioni, dopo lo splendido cammino europeo dell’anno precedente, culminato con questa serata da cuori infranti. Una serata dolorosa e bellissima, con il tributo della tifoseria al suo eroe, al suo combattente che aveva dato prova del suo valore e coraggio tornando in campo in condizioni precarie per aiutare i propri compagni, infondendo loro coraggio e personalità. Quella sera la Roma vinse per 2-1 con il Parma, ma erano lì tutti per lui, per il numero 16 tra le lacrime ed i singhiozzi, con lo stesso stato d’animo di due anni prima, in una imprevedibile replica sentimentale.  De Rossi concluse tra gli abbracci, salutando Claudio Ranieri anch’egli al passo d’addio, i compagni e i tifosi con svariati giri di campo, tra scrosci di pioggia e freddo, neanche fosse una serata di fine maggio, e le canzoni degli Stone Roses e degli Oasis, con quel “sound of Manchester” tanto adatto ad un fighter come lui, adeguato come pochi al clima da Premier League. Infinito DDR, con moglie e figli al suo fianco, nel giro di campo finale,  all’omaggio della Curva Sud, lui tifoso tra i tifosi, con quella maglia Oro e Porpora cucita sulla pelle, tatuaggio indelebile ora e per sempre. Un anno è già passato, ma sembrano 10 minuti. Ricordati di lui, di Daniele da Ostia, quel bambino biondo che viveva in estate con la maglia di Rudy Voeller addosso. Ma chi può dimenticarlo?

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