La regia Polonia del’ 74

Posted By on Lug 18, 2020 | 0 comments


Di Matteo Quaglini

C’è stato un tempo in cui la Polonia era regina degli sport. Nel calcio come nella pallavolo. Il tempo in questione era un anno. Il 1974, la stagione che mandò al potere i gotici per eccellenza. In Inghilterra vinse il campionato il Leeds United di Don Revie, la squadra del banditismo gangster anni ’30 per definizione. In Italia trionfò la Lazio di Maestrelli e Chinaglia, di Wilson e D’Amico, straordinaria banda di campionissimi dal fascino noir. Nel mondiale tedesco fu la Germania a issarsi sul pennone più alto del podio. Coriacei, duri, mai battuti, gli uomini della Mannschaft batterono l’Olanda del football totale in classico stile gotico: acciuffando, nel mistero di una semplice giocata verticale sull’asse Bonhof – Gerd Muller, il gol della vittoria.

In questo 1974, così ricco di personaggi e squadre che sarebbero piaciuti molto a Edgar Allan Poe e che chissà, magari, avrebbero pure fatto parte delle sue novelle migliori, venne fuori prepotente e bellissima la Polonia dei Lato e degli Skiba. Nessuno prima d’allora li conosceva, o meglio quasi nessuno aveva capito le grandi emozioni e le grandi passioni che covavano dentro i ragazzi eredi di re Giovanni III Sobieski.

Uno prima degli altri aveva capito. Era Helenio Herrera, il mago o l’iperbole come lo chiamavano. Don Helenio capì tutto la sera del 15 aprile 1970 nel catino di Katowice. Lì mentre guidava la sua Roma contro 90.000 più undici polacchi, scorse la classe sotto porta di Wlodzimierz Lubanski: il centravanti reincarnazione di re Giovanni III. Ogni azione in verticale era, con lui, un’occasione e nove volte su dieci gol. Quella sera, dopo l’iniziale vantaggio di Capello su rigore, re Lubanski segnò due volte e Herrera già lo sognava come il centravanti che gli avrebbe permesso di mantenere fede alla frase che disse appena arrivato nella città eterna: “con me la Roma vincerà lo scudetto e la Coppa dei Campioni”. Così non fu e nemmeno Lubanski poté essere romanista per via della mancata riapertura del mercato internazionale, ma il Mago aveva visto giusto e prima di tutti. Si perché Lubanski era il simbolo della generazione che sarebbe esplosa in quel gotico 1974.

Tutto nacque un po’ prima, il 6 giugno del 1973. Quel giorno si gioca Polonia-Inghilterra, gli inglesi dopo il tè sono in campo con i vari Shilton, Bobby Moore, Roy Mc Farland, Emlyn Hughes, Allan Clarke, c’è insomma il meglio del vecchio old-style british applicato al dio pallone. Vince la Polonia per 2-0 e la Perfida Albione conferma la sua orticaria per il continente europeo che ha sempre sognato di conquistare dai tempi di Enrico VIII e re Plantageneto, e che gli è stata sempre preclusa.

Il dado è tratto, come direbbe Giulio Cesare, e il Rubicone passa per Londra. E’ il 17 ottobre 1973 lo scontro decisivo per sapere chi tra la Polonia e l’Inghilterra di sir Ramsey andrà ai mondiali tedeschi di Monaco ’74. La Polonia gioca per un punto, un punto essenziale per raggiungere i Lander teutonici, l’Inghilterra ha una sola possibilità: vincere. Durante gli inni nazionali tutti i 100.000 di Wembley fischiano l’inno polacco, alla faccia del tè delle cinque, del concetto di gentlemens, del niente sesso siamo inglesi, delle pulsioni sopite dal comportamento da sir e da ladies. I polacchi si caricano. Dopo pochi minuti a proposito di gotici Allan Clarke, mitica ala sinistra del Leeds, carica il grande portiere Tomaszewski e gli procura cinque microfratture alla mano sinistra. Il mito polacco tra i pali resiste e para tutto. Quando non è lui ad arrivare con le sue lunghe braccia e la tecnica sopraffina, ci pensa il palo. Sul tiro di Channon, uno che ha già nel nome il suo destino, è il montante a respingere l’assalto della Perfida Albione.

Poi Miusal lancia Lato, l’ala destra più veloce del mondo in quel momento, lo stempiato attaccante polacco scappa via a Hunter (un altro gotico del ’74) e fugge sulla fascia come i treni inglesi dell’800 correvano sulle rotaie. Palla in mezzo a Dormaski che controlla e batte Shilton per l’1-0, Monaco è a un passo. Reagisce l’Inghilterra e Clake pareggia su generoso rigore. Sull’1-1 gli inglesi devono segnare, ora si carica a testa bassa con tutto quello che si ha in corpo. La Polonia però non merita la sconfitta e la dea bendata si materializza sotto forma di due salvataggi sulla linea, a ben vedere però anche questa è tecnica di gioco e la Polonia sa giocare.

Al 90′ la Polonia è in Germania, i padri del football sono fuori. E’ anche al mondiale di pallavolo la Polonia che gioca, schiaccia, mura e difende. Ed è un evento considerando i risultati fin lì ottenuti. La squadra non ha partecipato alle Olimpiadi del ’64 a Tokio, poi è arrivata quinta a quelle del ’68 e addirittura, in una decadenza repentina, nona proprio a quelle di Monaco ’72. Nemmeno la storia del mondiale arride ai nobili polacchi della palla in aria: in tutto hanno ottenuto tre quarti posti (’49, ’56, ’60), in Europa escluso il 3° posto del 1967 hanno sempre gravitato in sesta posizione. La grande pallavolo è si a Est, ma non nel regno che fu degli Jagellone. Si gioca ad alto livello in Urss, Romania, Cecoslovacchia, ma meno in Polonia anzi molto poco. La qualificazione ha dato animo però e la Polonia del giovanissimo trentaduenne Hubert Wagner è pronta a dare battaglia in Messico, terra degli Aztechi e dell’8° campionato del mondo di pallavolo. La musica di Wagner allenatore è incentrata sulla preparazione fisica maniacale e in particolare sulla resistenza: la Polonia che molla a un certo punto della partita, quando il gioco si fa duro e i duri devono cominciare a giocare, non deve esistere più.

Si comincia a Toluca nel girone in cui ci sono l’Egitto, gli Stati Uniti e l’Urss mammasantissima del volley internazionale. Due vittorie agevoli contro gli eredi di Ramset II e contro gli Usa che ancora non avevano incontrato il vate Doug Beal. Alla terza partita scontro ideologico con gli zar di tutte le Russie: viene fuori un 3-1 per i polacchi che scuote il parquet come il mondiale. I polacchi passano da trionfatori al secondo girone. In tre partite tre vittorie contro la Germania Est campione del mondo in carica, il Belgio e i padroni di casa del Messico. Di là intanto l’Urss si sta stancando con Cuba, Brasile e Cecoslovacchia. Si stanca, ma resiste come sanno fare i campioni.

Alla poule finale accedono: Romania, Giappone (dal terzo gruppo) Germania Est, Cecoslovacchia, Urss e i ragazzi di Polonia che stanno giocando questo mondiale con lo stesso coraggio che ebbe la cavalleria polacca nella Seconda Guerra Mondiale: tutti in avanti. E’, in pratica, Est Europa contro Giappone, le due migliori scuole di allora a confronto. Il 22 ottobre 1974, un mese prima (il 12 settembre) sempre a proposito di gotici il Leeds United aveva esonerato Brian Clough, c’è un altro Polonia-Urss al cardio palma. I polacchi vanno avanti 2-0 e i campioni dei campioni la prendono malissimo. Sale la classe selvaggia delle randellate da posto 4 dei soviet-cosacchi e in un attimo è 2-2. Si va al quinto, che corrisponde ai supplementari nel calcio. E come nel calcio, si gioca gestendo l’acido lattico. Vincono i polacchi 15-7 sorprendendo il muro russo con uno schema che passerà alla storia del gioco e che ancora oggi è al centro delle combinazioni d’attacco di tutte le squadre del mondo: palla precisa e sotto rete al palleggiatore, veloce del centrale e palla dietro di lui, al martello che ha seguito e va a schiacciare quando l’altro sta riscendendo.

Con questa tattica innovativa la Polonia elude il grande ”limes” sovietico, il mitico muro russo, e vince. Allo stesso modo trionfa al quinto con la Germania Est, mentre nel mezzo ha superato rimontando da 0-2 a 3-2 contro i cecoslovacchi, padri del bagher. Gli allenamenti duri di Wagner sulla resistenza stanno venendo fuori. C’è stato in queste partite un grande Skiba, che da allenatore sarà un Liedholm, il Lubanski della pallavolo. Dopo aver battuto la Romania 3-0 la Polonia delle undici vittorie consecutive si siede e aspetta notizie da Urss-Cecoslovacchia in attesa di giocare contro il Grande Oriente, il Giappone. Intanto, mesi prima, ai mondiali di Monaco di Baviera la Polonia di Tomaszewski, Deyna e Lato ha esordito contro l’Argentina di Heredia compagno nel Barcellona del re d’Olanda Johan Cruijff.

La Partita è stata combattuta e vinta nello stile dei pallavolisti: 3-2. Una doppietta di Lato e un gol di Szarmach e le reti di Heredia e Babington sono solo corollario. Dopo il 7-0 ad Haiti, la squadra di Kazimierz Górski affronta l’Italia che in ossequio all’anno gotico per eccellenza da essere una delle favorite è diventata covo di veleni degni dei Borgia. Al Neckarstadion di Stoccarda, nella città più italiana di Germania, la Polonia gioca mentre l’Italia sciupa gol fatti e si ritrova in balia di un arbitro anche lui in stile Edgar Allan Poe. Al 44′ il grande regista Deyna segna il 2-0 e per gli italiani delle fronde interne è notte fonda. La Polonia è ormai grande e i suoi giocatori si sono trasformati veramente nei soldati indomabili e coraggiosi di re Giovanni III. Ancora a Stoccarda per battere la Svezia frizzante e atletica del dopo Liedholm e Nordhal e poi a Francoforte per vincere 2-1 nel derby dell’Est con la Jugoslavia. Su tutti Deyna e Lato, ancora una volta capaci di gonfiare le reti dei campi di Germania, gli Skiba e i Wojtowicz del calcio.

La Polonia che schiaccia a pallavolo, intanto, ha visto vincere l’Urss 3-0 con la Cecoslovacchia, un risultato che ha portato i soviet a una differenza set di 14-4 superiore al 12-6 dei polacchi. Il risultato è semplice e incredibile, la Polonia del magnifico attaccante Skiba dopo undici vittorie iridate deve vincere a tutti i costi contro il Sol Levante, se perde dai nipponici che si buttano in acrobazia in difesa gridando “Banzai”, è spietatamente terza. Nei ragazzi di Wagner rivive intimamente la storia della spartizione della loro Polonia: per 123 anni infatti la terra natia venne divisa tra la Prussia, l’impero Austro-Ungarico e ancora una volta loro, l’impero russo. Stavolta non può finire così, anche se è solo pallavolo. La bandiera rimarrà intatta. Wojtowicz randella come fosse Kasperczak, Skiba gioca rapido come Lato, Skorek il grande gioca sul fronte offensivo come Gadocha, mentre Gosciniak alza in regia come Deyna coordinerebbe il gioco della Polonia al mondiale di Germania. Il Giappone non tiene e la fascia sul capo col Sol Levante gronda sudore di sconfitta: 3-1 e Polonia campione del Mondo davanti all’orso russo! Tutti hanno difeso forte come fecero in Germania Tomaszewski, Gorgoń e Zmuda, tutti sono stati rapidi come Lato il velocista verticale del regno polacco, tutti hanno letto il gioco come Deyna, tutti sono campioni con merito. E la Polonia del calcio? Potrebbe andare in finale a giocarsela con i tulipani libertini e gotici di Michels, ma la Germania Ovest di Beckenbauer ha allagato il campo ormai acquitrino. Il calcio verticale di Lato, Deyna, Gadocha non parte e non si aziona. Nel pantano emerge un altro gotico alla Poe Gerd Muller per tutti “der rascher”, il bomber per eccellenza. Giravolta e palla in rete a provar piroette che saranno mondiali. La Polonia gioca per il terzo e quarto posto contro il Brasile ex campione in carica che di magno ha perso molto. Non ci sono più Pelè, Gerson e Tostão, ma Rivelino arma il sinistro e Jairzinho corre a destra e al centro: c’è ancora molta noblesse oblige. Quando Agnolin, principe dei fischietti italiani e erede di Lo Bello, fischia il tabellone segna 1-0 Polonia gol di Lato. L’estremo destro è fuggito per l’ennesima volta sui prati teutonici e ha segnato il suo 7° gol per un terzo posto straordinario. Il miglior risultato della Polonia al mondiale di calcio fin lì. Tra schiacciate e difese, tra allunghi e gol, tra muri e gioco verticale, il 1974 gotico ha trovato sui altri protagonisti nei principi Jagellone reincarnatisi in pallavolisti e calciatori per coronare la regia Polonia del ’74.

Submit a Comment