
(di Gianluca Guarnieri) L’umiltà è una delle principali virtù nella vita. Nella vita come nel calcio, e spesso la cosiddetta “Classe Operaia” ha fatto il bene di molte squadre, forse più di tanti campioni, magari ancorati al cliché di “Gioie e Dolori” o comunque di una discontiniutà impossibile da modificarsi. E’ una vita difficile, quella dei pedalatori, di quelli che corrono corrono, sfiancando tendini e garretti per recuperare palloni preziosi e per dare ossigeno e profondità agli attaccanti e alle mezze punte, incapaci di rientrare e di dare una mano al resto della squadra. E’ una vita dura, una “vita da mediano“, dove c’é poca gloria, messi in ombra dai “talenti”, dai “piedi buoni” come diceva una volta Fulvio Bernardini, dove la corsa e il sacrificio sono gli unici compagni. Esistono però delle eccezioni, dove la “Crisalide” diviene Farfalla e può vedere il campo da una luce e da una posizione diversa, mantenendo allo stesso tempo il compito di correre e pressare per il bene di tutti. Chi ha fatto il “grande salto” è stato sicuramente Simone Perrotta, 40 anni oggi (è nato il 17 settembre 1977) divenuto per intuizione geniale di Luciano Spalletti, “trequartista-incursore” di pregio assoluto. Pronto a trovare la rete inserendosi al tempo giusto e al momento giusto, Perrotta non ha sempre trovato vita facile nella Capitale, nella parte iniziale del suo soggiorno romano, ovvero nello sciagurato anno dei 4 allenatori, con una squadra in preda ad una crisi profonda, simile a quella di una barca in piena tempesta. Proveniente dal Chievo dei “Miracoli” di Delneri, Perrotta non si ambientò subito e per questo fu erroneamente etichettato come “bidone” o quantomeno come delusione, rispetto alle partenze eccellenti di elementi di reparto come il “depresso” Emerson.
La svolta arrivò con Luciano Spalletti: il tecnico di Certaldo intuì subito il potenziale di Perrotta, in una zona diversa del campo, avanzandolo a ridosso delle punte, anzi della “punta” Francesco Totti, anche per una banale causa di forza maggiore, ovvero le assenze per infortunio di Montella e Nonda. In quella fredda sera di Genova contro la Sampdoria del dicembre 2005 per i due calciatori qualcosa cambiò in maniera definitiva: Francesco Totti da rifinitore di lusso e classe divenne una prima punta “atipica” ma di devastante efficienza, Perrotta invece si trasformò in un “trequartista” incursore capace di proporsi e di inserirsi per cercare la rete. Il 4-2-3-1 “Spallettiano” era nato, e l’era di Mister Luciano avrebbe portato soddisfazioni ai tifosi giallorossi, con tanto di record di vittorie e di coppe portate nella bacheca di Piazzale Dino Viola. L’uomo di Ashton Under Lyne (infatti è nato nella piccola città nei dintorni di Manchester, come Geoff Hurst, bandiera del West Ham e l’unico calciatore al mondo capace di realizzare una tripletta in una Finale di campionato del Mondo nel 1966) sembrava tagliato a pennello per il ruolo, anche se molti restavano sbalorditi della “mutazione”. Una mutazione voluta dall’acume tattico di Spalletti e dalla volontà di Simone, sempre pronto a lanciarsi in migliaia di chilometri macinati in campo pur di rispettare le consegne. La maglia azzurra fu una conseguenza e non a caso Perrotta disputò tutte le partite del vittorioso mondiale 2006 di Germania, e nella Roma il suo peso crebbe notevolmente, come il suo contributo: nella mente torna immediatamente il goal decisivo nella finale di Coppa Italia a San Siro contro l’Inter, bissato l’anno dopo nella finale singola allo stadio Olimpico, sempre contro i meneghini quasi fosse una sfida personale. Perrotta goleador, e autore di reti di pregevolissima fattura, vedi quella nel Derby dell’ottobre 2007, con tanto di “sombrero” rifilato al malcapitato Ballotta, stupito di cotanta raffinatezza stilistica.
L’addio di Spalletti nel settembre 2009 sembrava aver posto un argine alla permanenza futura del numero 20 di Ashton, ma invece l’avvento sulla panchina giallorossa di Claudio Ranieri da Testaccio ha fortificato la sua posizione, rigenerandolo dopo una stagione difficile come quella 2008/09 e facendo tornare Simone a livelli del miglior periodo “Spallettiano”, pronto a lanciarsi nel “pressing” più sostenuto, per un finale di carriera vissuto con la consueta dignità ed abnegazione. A lui si ispira sicuramente Alessandro Florenzi, per corsa, ritmo e spirito di sacrificio. Quasi, un passaggio di testimone.
![]()