Rubrica Calcio&Pallavolo
di Matteo Quaglini
Un percorso netto. Una storia di pallone da banda dei pirati, quelli affascinanti, quelli veri, duri e puri. Un lungo piano sequenza, anche però, alla Barry Lindon magari per raccontare la Lazio di Inzaghi oggi tanto simile alla FederLazio di pallavolo dell’anno del signore 1977. Due squadre unite dall’epica della voglia di fare l’impresa contro pronostico, sempre.
Sedici partite ufficiali della banda Inzaghi e 14 vittorie, 43 gol segnati, appena diciotto subiti più o meno uno a partita. Una sintesi tecnica che si traduce in 28 punti, gli stessi della Juventus sei volte campione d’Italia. Roba da pirati appunto, o da pistoleri da western fordiano. Roba da pallavolisti eretici anche a guardar bene. Come quelli della FederLazio del 1977 campione d’Italia davanti alla mitica e inarrivabile Panini Modena, la Juventus della pallavolo, per una volta battuta da campioni dai tratti immaginifici.
Ecco, l’immaginazione e l’appartenenza sono le bandiere che Mattioli e Salemme quarant’anni fa misero in campo su ogni pallone in difesa, su ogni alzata in costruzione, su ogni attacco sul muro avversario. Le stesse bandiere che alzano al vento e al sole dell’olimpico, quando iniziano la loro corsa verso la porta avversaria, i corsari di re Simone, gli scugnizzi alla Immobile, gli agenti segreti alla Milinkovic Savic, gli “hidalgos” di Spagna alla Luis Alberto. Corrono, com’è proprio nel calcio, e giocano, com’è tipico delle squadre senza tempo ma dentro il tempo, da lontano e dentro l’area di classe.
Per un attimo piccolo e grande al tempo stesso nascono paralleli e così Immobile è come Nencini. Entrambi attaccanti, ambedue italiani radicati alle loro origini, napoletane per Ciro, fiorentine per Andrea. Ciascuno dei due finalizzatore insidioso e gustatore delle linee nemiche, siano esse allineate in orizzontale o protese ad altezze siderali nelle coppie di muro.
Un agente segreto slavo come Milinkovic Savic potrebbe essere in una squadra di pallavolo come Erasmo Salemme della FederLazio ‘77, lo scardinatore dalla seconda linea dell’avversario. Il giocatore che arriva da lontano e rifinisce nel cuore del gioco, l’area. Tutti e due pochi noti all’inizio, poco conosciuti nei dettagli, i tratti che invece sono importanti per capire le differenze, ma pian piano capaci di uscire allo scoperto, di rivelarsi come fanno solo i campionissimi che hanno il fuoco dentro.
Due squadre mitiche perché piratesche, consapevoli che niente è impossibile. E infatti, il motto della S.S.Lazio pallavolo di oggi è proprio questo, “Nil difficile volenti”. La volontà, la perseveranza, la lotta non per il gusto della lotta in sé ma per far valere un’idea, quella della lazialità.
E per capire e chiudere tutto il senso di una storia che quarant’anni dopo unisce due squadre così diverse eppure fortemente così uguali ci manca l’ultimo parallelo, il più suggestivo. L’immagine di gioco quasi simultanea da deja vù, tra Luis Alberto, Mario Mattioli e il mito californiano Kirk Kilgour. La grandezza in tre giocatori, in tre stili, in tre cuori devoti al calcio e alla pallavolo.
La forza della diversità di Luis Alberto di nuovo tra i grandi della corona di Spagna è proprio questo rappresentare in un universo sportivo altro, due grandissimi della pallavolo italiana e per un po’ romana. Di Mattioli finissimo regista anarchico degli anni ’70 Luis ha la classe imperiale del tocco e la precisione dell’assistenza, la palla che smarca e manda a punto il martello o in gol l’attaccante.
Del mito Kirk ha il ruolo. Sì il ruolo, laddove per esso s’intenda una finezza del gioco individuale che è dentro ciascuno di noi, ma che non tutti sanno esprimere: la centralità nella squadra. Kirk Kilgour era un fuoriclasse per la sua tecnica si, per il suo stile “Born in the U.S.A “ per dirla con un altro grande americano come il Boss Bruce Springsteen, ma aveva il carisma dei grandi generali di Roma antica.
Tutto ruotava intorno a Kirk, anche la classe degli altri che giocavano meglio. Tutto ruota intorno alla classe di Luis, anche la classe degli altri che giocano meglio. La Lazio di oggi è tutta qui nella semplicità irraggiungibile di un gesto dalla classe spagnola come allora era tutta lì, in un gesto dalla classe californiana,
già la California terrà un tempo di Spagna.
Kirk Kilgour non fece in tempo a vincere quello scudetto a cui aveva già contribuito ad Ariccia, un grave infortunio gli tolse la carriera, ma a battere la Panini Modena inattaccabile c’era idealmente in campo con l’alone del carisma anche lui nel maggio del 1977. Come oggi c’è Luis Alberto a governare il gioco controrivoluzionario della Lazio del Dio pallone. Un grido si alzava dalle tribune del Palazzetto dello Sport di Piazza Appollodoro in Viale Tiziano, lì vicino al cuore Fleming laziale. Un grido a incitare i ragazzi del presidente Renato Ammannito a superare ogni ostacolo col cuore e per conquistare il cuore della loro bella, la vittoria. Un grido che faceva così: “Tutta Roma si esalta per la Lazio che salta” e per quella che corre oggi, come la banda piratesca di anima italiana, slava e spagnola costruita con sapienza e maestria da Inzaghi.