Di Matteo Quaglini
Nel sport italiano Bologna la bella ha recitato, con amore e passione, un ruolo primario. Primario e grandissimo, intriso con eguale magia nel basket, nel calcio e nella pallavolo. Tra questi ultimi due sport in particolare il laccio è romantico e romanzesco. C’è molto di affine tra il Bologna del 1964, quello allenato da Fulvio Bernardini e guidato dalla classe di Haller e Bulgarelli e dai gol di Nielsen e Pascutti, e la Mapier ’85 campione d’Italia nella serie A1 di pallavolo.
Prima di tutto il ruolo di outsider che ricoprirono entrambe all’avvio di quei rispettivi campionati. Ai nastri di partenza estivi in lotta per il titolo italiano c’erano l’Inter di Herrera e il Milan di Rivera orfano di Nereo Rocco, ma campione d’Europa in carica. Nella pallavolo, invece, si prevedeva un duello serrato fino all’ultimo punto tra il Cus Torino campione in carica e la Santal Parma che sebbene priva del suo fuoriclasse coreano Kim Ho Chul, era sempre una grande squadra. Assieme a loro il toto pronostico assegnava un ruolo centrale alla rinnovata Panini Modena dei fratelli Benito e Giuseppe. Lontana ormai dallo scudetto, con l’ultimo trionfo avvenuto nel 1976, la Juventus della pallavolo meditava la rivincita e intanto allestiva lo squadrone.
Un giocatore meglio dell’altro nel suo specifico ruolo, una serie di campioni a comporre la riedizione in chiave pallavolistica della Ferrari dei tempi d’oro del Drake, un assemblaggio di forza e tecnica che alla vigilia del torneo ebbe un unico risultato: nessuno può battere Modena. Nessuno, nemmeno il Cus Torino che proprio verso l’Emilia ha visto partire due suoi grandissimi: Franco Bertoli e Giancarlo Dametto. In questo quadro alla Velasquez le due Bologna risultavano nella migliore delle ipotesi delle outsider e nella peggiore dei veri e propri comprimari.
Le basi tecniche, seppur sottotraccia, però c’erano. Fulvio Bernardini, approdato a Bologna nell’estate del 1961, stava costruendo la squadra a sua immagine e somiglianza. L’idea di giocare sempre la palla dentro una manovra armoniosa, il collettivo corale, le individualità scelte e inserite nell’undici una a una, l’esplosione di Bulgarelli e Haller, erano i punti principali di un lavoro biennale che aveva prodotto due quarti posti, 36 vittorie e 115 gol in 68 partite di campionato.
Soprattutto però era nato il Bologna che gioca in paradiso come ebbe a dire dopo una partita memorabile il campionissimo degli anni trenta, che col suo calcio nelle vene allenava ora sotto le due Torri.
E, sotto le due Torri, anche la Mapier Bologna costruiva pallavolo vent’anni dopo Fuffo. L’allenatore era il grande Nerio Zanetti, sergente di ferro. La squadra era nata sulle cessioni degli altri club che non credevano più nei Venturi, negli Squeo, nei Babini. Lui, no. Lui Nerio da Bologna aveva fiducia e dopo la promozione in serie A1 dell’82 vinse la Coppa Italia del 1984. Con queste premesse tecniche sia il Bologna di Bernardini che la Mapier di Zanetti giocarono due sontuosi campionati. Nella serie A ’63-’64 la squadra del “Dottore” fu a lungo in testa, mentre il Milan si sfaldava privo com’era delle cure amorevoli del Paròn e l’Inter, pur tallonando i ragazzi capitanati moralmente dall’onorevole Giacomino e con la fascia al braccio dal grande Pavinato, era a volte affaticata dalla campagna europea in Coppa dei Campioni. Il Bologna andò in testa ma un presunto caso di doping attanagliò la squadra e gli inflisse due punti di penalizzazione poi revocati. Il peggio sembrava passato quando il 29 marzo del 1964 la squadra di Herrera arriva a Bologna: gioca, domina e vince 2-1. Il secondo scudetto interista di Don Helenio è a un passo. Il Bologna però non si arrende è tiene duro fino a concludere il campionato a pari punti, 54 ciascuno, con i campioni della Grande Inter. Serve lo spareggio per assegnare lo scudetto, cosa mai avvenuta nella storia del campionato di calcio italiano.
Nella Regular Season della serie A1 di pallavolo ’84-’85, la Mapier Bologna si piazza seconda dietro l’armata di una Panini Modena che ha tutta l’intenzione di non mollare un centimetro per rivincere il tanto desiderato scudetto. Un doppio segnale ha dato la prima parte della stagione bolognese: il Cus Torino e la Santal Parma sono finiti dietro i ragazzi di Zanetti e Modena è caduta al PalaDozza per 3-1. Le analogie con il Bologna del ’64 iniziano a esserci e Nerio somiglia sempre più a Fulvio, così come De Rocco alto, grosso e forte è il bisonte Nielsen. Venturi, palleggiatore mancino e ravennate, gioca in regia come Bulgarelli, Squeo e Caretti difendono come Janich e Tumburus con meno classe certo, ma con lo stesso spirito di lotta. Manca, forse, un Haller a questa squadra mirabilmente costruita da un padre della patria bolognese come Nerio Zanetti, ma Babini e lo stesso Venturi in certe partite lo ricordano. Con questi crismi di gioco e la spensieratezza nel cuore la Mapier gioca un grande play-off. Elimina al primo turno Santa Croce poi in semifinale gli tocca il Cus Torino che gioca con Vullo, Gardini, lo svedese Bengt Gustafson e l’americano Tim Hovland ed è come affrontare una squadra che schieri tutti insieme Pirlo, Nesta, Ibrahimovic e Cristiano Ronaldo. La Mapier sbanca Torino con una vittoria corsara per 3-2 poi perde 3-0 e nella bella infligge il dolore della sconfitta ai campioni in carica per 3-1, diciotto anni dopo l’ultima volta una squadra di Bologna è in corsa per lo scudetto della palla in aria.
Quando il Bologna di Haller e Bernardini e l’Inter di Herrera e Suarez entrano sul terreno verde dello stadio Olimpico di Roma, il caldo la fa da padrone. E’ il 7 giugno del 1964, arbitra Concetto Lo Bello sua grazia principe dei fischietti. Gli spettatori sono 51.000. L’Inter è da pochi giorni campione d’Europa, nemmeno il Real Madrid di Di Stefano e Puskas ha saputo resistere al suo contropiede letale. Bernardini, però, ha preparato la contromossa portando tutta la squadra ad allenarsi a Fregene e mentre è lì l’ha fatta giocare tutte le mattine a pallavolo sulla sabbia, guarda tu le coincidenze della vita. Col fondo atletico nelle gambe e la mossa che porta Bugarelli a giocare in mediana e Fogli a fare l’incursore, il Dottor Sottile sorprende Herrera che aspetta al varco il suo Bologna come Napoleone aspettava al varco Wellington a Waterloo: alla solita spavalda maniera cioè.
Il 62° campionato di serie A (32° a girone unico) si deciderà in una tenzone all’ultimo respiro. La formazione è quella tipo per l’Inter mentre nel Bologna manca Pascutti. Il Bologna gioca con: Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli, Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Capra. L’Inter è in campo con: Sarti, Burgnich, Facchetti, Tagnin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani, Suarez, Corso. La partita è tesa e lenta, tattica senza dubbio. In tribuna stampa il vate Brera articola gli schieramenti: Picchi e Janich liberi, Capra che gioca con l’undici è il terzino sinistro del Bologna, mentre Fogli marca Corso e Furlanis prende in consegna Mazzolino, due gol al mitico Real nella finale di Vienna. La Grande Inter, mentre Suarez è libero di impostare, marca con Tagnin Bulgarelli e Haller con Burgnich. La tattica è speculare tutte e due giocano in contropiede con sommo piacere del maestro del giornalismo sportivo italiano.
L’Inter però mentre rumina calcio è meno letale del solito e Milani, il centravanti, fallisce due buone occasioni orchestrate da Don Luis. Anche Nielsen che Brera chiama il bisonte, sbaglia un gol fatto nel primo tempo. Nella ripresa sale in cattedra Fogli e con lui la mossa tattica di Bernardini diventa pietra filosofale. Fuffo ha anticipato il calcio moderno assegnando a Fogli i compiti tattici di incursione uniti ai tiri e ai passaggi verticali. Al 75′ proprio Fogli si incunea e segna con una leggera deviazione di Facchetti. L’Inter prova il forcing, ma le fatiche viennesi affiorano e l’attacco non punge. A 6′ minuti dalla fine Nielsen solo davanti a Sarti tocca e fa 2-0 mentre la folla, che tifa Bologna perché Bernardini vuol dire Testaccio per il palio romanista ma significa anche araldo di fede per quello laziale, esulta. E’ fatta il Bologna è campione d’Italia 1964. I ragazzi bolognesi portano in trionfo Fuffo de ‘noantri.
Vent’anni dopo il pomeriggio dell’Olimpico la Panini Modena ha vinto gara 1 della finale e tutti pensano che sia fatta prima del ritorno nel palazzetto bolognese. Il PalaDozza, la casa della Mapier, si chiama anche Madison e il Madison si sa è teatro a chilometri di distanza della grande boxe. Così il primo “cazzotto” allo stomaco della Panini lo dà il tifo con i suoi 7.000 affezionati che stravedono per Bologna. Poi Nerio Zanetti opera una mossa sui generis alla Bernardini, in uno sport dove lo spostamento tra i giocatori in un altro ruolo non esiste, il palleggiatore di riserva Scaroli gioca attaccante in posto 4. Vince incredibilmente Bologna ed è 1-1. Ora tutto torna in gioco. Gara 3 è quella che assegna lo scudetto, la bella di Reggio Emilia. Il piano psicologico è ribaltato. Nel quartier generale modenese cova la rabbia, l’incredulità, il risentimento dei giocatori per le decisioni dell’allenatore Andrea Nannini. Nasce la fronda, non per perdere ma per delegittimare la sua figura. In pratica i giocatori seguono i loro stessi dettami, non i suoi. Racconterà Lucchetta che durante un time-out della finale tutti prenderanno parola e quando Nannini cercherà di parlare la squadra tornerà in campo a giocare. Finito il minuto, finita la legittimità. Dall’altra parte la Mapier Bologna gioca secondo i dettami di Nerio Zanetti, azioni fluide e coordinate: talento e organizzazione liberando la fantasia. Venturi palleggia, De Rocco martella, Babini registra la ricezione rendendo innocua la battuta dei cannonieri di Modena. E si che la Panini ha in ogni ruolo un giocatore meglio dell’altro. In cabina di regia c’è Pupo dall’Olio il palleggiatore della nazionale italiana vice campione del mondo 1978, opposto a lui gioca Raul Quiroga ed è come avere Batistuta in campo. Attaccanti di banda Franco Bertoli, un altro moschettiere del regno chiamato nazionale, detto mano di pietra per quanto schiaccia forte il pallone, con lui un giovanissimo Luca Cantagalli completa il reparto degli attaccanti di mano. Lo chiameranno nelle notti mondiali di Rio e Atene, bazooka. Al centro poi murano e vanno in veloce Andrea Lucchetta e Giancarlo Dametto, due che la classe ce l’hanno da vendere a quintali.
Quali possibilità per Bologna, si chiedono gli esperti. La risposta è nessuna. Intanto però la fronda nel palio modenese ha raggiunto l’acme più totale ed è esplosa, come abbiamo visto, in campo. Riaffiora il vecchio principio di Napoleone: sul campo di battaglia, meglio un bravo generale che tanti. Ora che i giocatori di Modena conoscano a mena dito la pallavolo è fuor di dubbio, ma l’imperatore che di battaglie sa tutto non può esser contraddetto. E così anche la seconda parte dell’aforisma si verifica quella sera a Reggio Emilia: meglio un cattivo generale che due buoni.
Bologna gioca, Modena sta a guardare. Sulla palla decisiva sono tutti fermi i campioni della rivalsa che ormai è scivolata via, fermi come statue di cera. Nerio Zanetti e il suo vice Menarini esultano, i ragazzi della Mapier quasi non ci credono, Stelio De Rocco ha segnato come fece Harald Nielsen ventuno anni prima: c’è di nuovo lo scudetto sotto le due Torri.
Il Bologna ’64 e la Mapier ’85 sono come cantava Lucio Dalla due innamorati in Piazza Grande, mentre lui dormiva sull’erba: “Dormo sull’erba e ho molti amici intorno a me gli innamorati in Piazza Grande, dei loro guai, dei loro amori tutto so sbagliati e no”, l’amore del Bologna di Bernardini e di quello di Nerio Zanetti per lo scudetto non è stato sbagliato, è stato bellissimo. E si manifestato sotto le due Torri.