Il romanzo mondiale di Pelé

Posted By on Ott 5, 2020 | 0 comments


Di Matteo Quaglini

Il 23 ottobre del 1940, in tempo di conflitti disumani, il mondo conobbe Edson Arantes Do Nascimento un uomo che sarebbe passato alla storia del calcio con un nome semplice e immortale, Pelé.

Nacque a Tres Coracoes una città del paese per eccellenza del calcio e dei fuoriclasse, il Brasile. E dal Brasile vasto e immaginifico cominciò il cammino della sua storia mondiale e di quella di una nazione che sognava, giorno e notte, l’iride della corona dall’alloro. Quel mondiale il Brasile aveva tentato di vincerlo già nell’anno del signore 1950, quando il piccolo Pelé aveva dieci anni. Un tentativo andato a vuoto, una sconfitta tremenda contro l’Uruguay di un grande numero dieci, Juan Alberto Schiaffino. Il “Deus ex machina” della “Celeste” guidò la squadra in contropiede e arrivarono due gol simbolo del destino ancora avverso ai brasiliani.

Poi venne il 1954, la Svizzera come paese ospitante e per la prima volta la televisione a trasmettere un campionato del mondo e le gesta di un colonello: Ferenc Puskas. Il capitano dei magiari, l’erede del grande Sarosi, l’unico giocatore capace di dialogare senza remore col “caudillo” Di Stefano. I magiari del divino Ferenc segnarono quattro gol al Brasile eliminandolo. Non era ancora il tempo di re carioca o paulisti.

Nel 1954 Pelé aveva quattrodici anni e sognava il calcio per le strade del suo Paese per il quale giocherà, entro i suoi sterminati confini, in eterno vestito del bianco luminoso del Santos. Nel 1958 è finalmente la sua ora con la maglia del Brasile. L’incoscienza del diciottenne da subito prenderà la scena sui terreni del Nord-Europa per riconsegnarla agli eredi dopo il 1970 quando la Coppa Rimet apparterrà per sempre al Brasile e al suo calciatore più grande.

Intanto al mondiale di Svezia ’58 lo ha messo in squadra un grande allenatore Vicente Feola nome tutelare del nascituro, stavolta si, magno Brasile. L’esordio mondiale avviene il 15 giugno del 1958 a Göteborg con l’U.R.S.S. Feola crede in lui che è uno sconosciuto e gli affida la maglia più importante del calcio brasiliano: la dieci. Ha avuto il tempo di studiare, il giovane Pelé, dalla panchina nelle prime due panchine con Austria e Inghilterra. Alla terza nasce con lui nella linea di attacco della squadra che vincerà il mondiale. Il ragazzino gioca vicino a Didì, Vavà, Garrincha e a Mario Lobo Zagallo altro nome tutelare della grandezza della squadra più vincente nella storia dei mondiali.

Quattro giorni dopo, il 19 giugno del ’58, arriva il primo gol di Pelé contro il Galles ed è la rete partita che porta il Brasile in semifinale. E’ un momento di confine nella storia calcistica brasiliana. Fino ad allora nelle precedenti cinque apparizioni il massimo che il Brasile aveva saputo raccogliere era stato un terzo e un secondo posto, ora occorre qualcuno che prenda in mano la situazione e sovverta le decisioni della storia.

Quel qualcuno che porta per la prima volta in finale il Brasile è un ragazzino dotato di una tecnica perfetta, di una coordinazione eccellente, di un controllo della palla magnetico, di un senso del gioco nato nelle strade in cui ha imparato a giocare. La Francia, la prima di qualità tecnica alta della storia dei nostri cugini d’oltralpe, di Kopa, Pinatoni  e del “bomber” Fontaine viene battuta 5-2 con tre gol del grande leone nero. Il Brasile è a un passo dal trionfo.

La finale del 29 giugno contro la Svezia dell’uccellino Hamrin, del professor Gren, del barone Liedholm e di Skoglund è in pericolo solo nel primo quarto d’ora quando Liedholm d’alto della sua classe segna l’1-0 per i grandi svedesi. Il Brasile però è da sempre attacco e in quel mondiale questo suo mantra, che delle volte lo porterà all’eccesso, è suffragato dalla tattica. Il 4-3-3 diventa 4-2-4 e viceversa grazie alla duttilità di Zagallo non ci sono punti deboli e poi c’è lui, Pelé. Due gol, il secondo dei quali racchiude tutto il suo genio calcistico. Pallonetto davanti il difensore e giro intorno al corpo, pallonetto sul secondo e giro intorno al corpo, pallonetto sul terzo e terzo giro in attesa del gesto finale: palleggio, palleggio, palleggio di coscia e poi tiro. E poi naturalmente gol. E’ l’ora del Brasile campione del mondo con i suoi  balli, le sue feste, i suoi sogni finalmente realizzati.

L’era Pelé continua e nel 1962 i campioni in carica arrivano in Cile per rivincere il mondiale, il leone nero è il fulcro e il motore della squadra. Gioca e segna nella gara d’esordio contro il Messico, ma la sorte è dietro l’angolo. Tru.ffaldina. Contro l’ultima grande Cecoslovacchia della storia, O’Rey a Vina Del Mar si fa male e esce per infortunio. Non rientrerà e lo sostituirà Amarildo grande e irrequieto campione, capace di due gol in finale contro gli eredi di Puc e Planika. Due segnature che confermeranno il Brasile campione uguagliando l’Italia dei moschettieri.

Quello cileno non è stato il mondiale di Pelé. L’appuntamento allora è per Londra 1966 nella patria del football. E’ il mondiale delle novità tecniche in fatto di squadre: il Portogallo della pantera nera Eusebio, la Germania dei giovani wagneriani Beckenbauer e Overath, L’U.R.S.S del ragno nero Yashin. Per il Brasile il nemico, come nella Tempesta di Shakespeare, è alle porte.

Pelé esordisce il 12 luglio a Liverpool contro la Bulgaria vincendo e segnando il gol d’apertura raddoppiato poi dall’amico Garrincha. Sembra l’inizio del terzo trionfo, la finale con l’Inghilterra è già scritta per qualcuno, ma ancora una volta l’infortunio è l’unico avversario che sa marcare il “dieci”. Uscito malconcio dalla partita contro il campione bulgaro Asparoukov, O’Rey salta la successiva partita con l’Ungheria dei campioni Albert e Bene, 3-1 per i magiari e Brasile nei guai.

Recuperato in tutta fretta per lo scontro decisivo con il Portogallo, Pelé gioca, come farà Ronaldo a Parigi ventidue anni dopo, in condizioni impossibili e arriva la disfatta. Il Brasile è fuori dal mondiale, Eusebio, il Vasco De Gama del calcio portoghese, l’ha battuto.

Quattro anni sono tanti e nel calcio apportano cambiamenti sostanziali. La Federazione brasiliana deve fare qualcosa per riportare il Brasile dove deve stare, cioè sul pennone più alto del podio. Chiamano Jorge Mario Lobo Zagallo, l’allenatore della rinascita. Tra campioni del mondo ci si capisce, tra ex compagni ci si intuisce, tra grandi si scorge la meta sapendo che si arriverà a tagliare il traguardo. Dall’alchimia tra la mente dell’ex ala tattica di Feola al mondiale ’58 e i piedi, divini, del leone nero nasce il Brasile dei cinque numeri 10, il più grande di sempre.

Pelé ha trent’anni ed è il faro del gioco e il coordinatore degli altri quattro fuoriclasse Gerson e Rivelino i tiratori da lontano, Jairzinho ala veloce e inafferrabile, Tostao versione brasiliana di Hideguti e Bobby Charlton. Una squadra composta da tutti attori da premio oscar, come se Michelangelo, Pinturicchio, Leonardo Da Vinci, Mozart e Bach fossero tutti insieme nello stesso momento a dipingere, suonare e inventare per l’umanità.

Cinque partite, nel fortino di Guadalajara, cinque vittorie. Fino ad arrivare alla sesta ottenuta il 21 giugno del 1970, davanti a 107.000 persone, nel mitico stadio Azteca, quello di Italia-Germania 4-3, proprio contro gli azzurri che alla magniloquenza dei dieci brasiliani opposero la controversa staffetta Mazzola-Rivera.

A Città del Messico, la vecchia Tenochtitlan prima dell’arrivo cinquecento anni prima di Hernando Cortes, Pelé favoleggia e mette il suo sigillo. Rimessa laterale di Tostao, cross alto e teso in area di Rivelino, stacco altissimo di Pelé che rimane in aria con Burgnich che tenta alla disperata di allungarsi più che può. Poi dopo decimi di secondo è  gol, l’undicesimo nella sua storia al mondiale. La più grande delle sue segnature, la più importante, quella che dandogli la terza medaglia mondiale, lo incorona definitivamente O’Rey, il Re, del gioco più bello del mondo.

 

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