Quel giorno, “Pablito” a Mar del Plata…

Posted By on Dic 10, 2020 | 0 comments


(di Gianluca Guarnieri) Mar del Plata, 2 giugno 1978. In un’Italia stretta tra l’incubo del terrorismo delle B.R. e quello neofascista, tra crisi economica e lo scandalo Lockheed che portò all’addio del Quirinale del Presidente Giovanni Leone, quel lontano venerdì andò in scena la prima partita degli azzurri di Enzo Bearzot nel Campionato del Mondo argentino, opposta alla Francia di Michel Platini, già punta di diamante dei Blues d’Oltralpe. Il momento era difficile per la nazionale, quasi a rappresentare il periodo critico del paese: una squadra priva di gioco e di brillantezza, nel mirino della critica in un pre mondiale opaco a dir poco. E la gara con la Francia iniziò sotto i peggiori auspici: dopo soltanto un minuto Didier Six, ala velocissima ed imprevedibile mise in mezzo un cross perfetto per la testa di Lacombe che anticipò la difesa azzurra per un implacabile 1-0. Una mazzata tremenda, quasi un epitaffio per l’Italia calcistica. Sembrava inevitabile, ma non andò così. Quella squadra reagì e mise alla frusta la Francia, grazie alle sovrapposizioni mancine di Cabrini, ai colpi di testa di Bettega e alle conclusioni violentissime di Antognoni, ma il pareggio arrivò grazie al più inatteso dei protagonisti. Minuto 29′, cross di sinistro di Cabrini, palla deviata da Bettega per Causio. Colpo di testa del “Barone” sulla traversa, con il pallone impazzito come in un flipper e rientrato nell’affollatissima area di rigore. In quella tonnara calcistica arrivò il giovane centravanti del Lanerossi Vicenza con la maglia numero 21 a toccare di piatto destro la palla in rete e a pareggiare. Il giovane attaccante era Paolo Rossi, ma da quel giorno in Argentina divenne “Pablito”. Da quella partita vinta dagli uomini di Bearzot per 2-1, con la rete decisiva di Renato Zaccarelli, Rossi fu universalmente conosciuto così: “Pablito” per tutti. In qualsiasi parte del mondo, un mondo che avrebbe conquistato 4 anni dopo, vincendo il Mondiale in Spagna, divenendo capocannoniere con 6 reti (3 al Brasile, 2 alla Polonia, 1 in finale alla Germania Ovest), ed ottenendo a fine anno il Pallone d’Oro. Un calciatore mito, un simbolo indiscutibile del calcio italiano. Fece piangere il Brasile, come scrisse nella sua autobiografia e mise K.O. le ambizioni di Maradona, Zico, Boniek e Rumenigge, tutti fuoriclasse sconfitti da questo attaccante di Prato, magro, veloce, rapido, opportunista nato. Nell’area di rigore Rossi era a casa sua. Non gli si poteva lasciare spazio, altrimenti per il difensore sarebbe stata finita. Rossi rappresentò un’epoca, riuscendo a risollevarsi da una sberla terribile come la squalifica per due anni, nel merito dello scandalo scommesse del 1980. Pochi ce l’avrebbero fatta. Lui si. Un riscatto totale per un protagonista del nostro calcio. Salutarlo oggi a soli 64 anni è difficile e doloroso, come questo anno crudele e spietato. Un lungo addio per un ragazzo che seppe unire l’Italia come nessuno nella sua storia, e non soltanto calcistica. Un ragazzo che sarà ricordato addosso con la maglia azzurra e le braccia al cielo. C’era una volta Paolo Rossi. Per sempre “Pablito” per tutti noi.

 

Rossi figurina

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