Una coppa di cuore e di ragione

Posted By on Mag 16, 2019 | 0 comments


di Marco Bea

 

Ci sono gambe, forza, voglia ma anche metodo, intuizione e astuzia, oltre che quel pizzico di fortuna sempre fondamentale nelle gare secche, dietro il 7° trionfo in Coppa Italia della Lazio. Sotto la pioggia dell’Olimpico i biancocelesti hanno saputo riscaldare una serata di maggio dai contorni novembrini, piegando nel rush finale un’Atalanta che ha subito in maniera sanguinosa il peso della partita e degli episodi. Un trofeo su cui ha inciso il proprio nome prima di tutto Inzaghi, magistrale nel capovolgere i valori emersi non più tardi di 10 giorni or sono nel confronto con la Dea in campionato.

La sconfitta patita il 5 maggio, sempre tra le mura amiche, ha infatti rivelato al tecnico piacentino la strada giusta per preparare la finale, sia a livello tattico che di atteggiamento mentale. È apparsa quindi da subito ponderata e consapevole la scelta di impostare una partita di guerriglia, ben diversa da quella indecorosa divampata nel tardo pomeriggio a Ponte Milvio tra forze dell’ordine ed un manipolo di teppisti di marca laziale. Per buona parte dei 90’ i capitolini, anche al costo di spendere qualche fallo in più e di procedere in maniera sorniona in fase offensiva, si sono spesi con efficacia nel tentativo di spezzare i ritmi di un’avversaria che si alimenta della sua stessa intensità, ma meno abituata a convivere con la tensione di una finale. Ineccepibile anche la gestione dei cambi da parte di Inzaghi, a partire da quello, al 35’ del primo tempo, di Radu per un Bastos già ammonito e un po’ in sofferenza nella zona d’azione di Ilicic. L’angolano era stato inoltre protagonista al 24’ di una deviazione di mano in area sul tiro, poi rimbalzato sul palo, di De Roon, non sanzionata a torto dall’arbitro Banti e dal VAR Calvarese con il rigore. Lo strappo decisivo è invece maturato soprattutto grazie alla fisicità di Caicedo e Milinkovic, subentrati a due elementi a cui è sempre difficile rinunciare come Immobile e Luis Alberto, con il serbo, ad autonomia limitata dopo la distorsione al ginocchio subita nella semifinale contro il Milan, che all’82’ ha ripagato i tifosi di una stagione di alti e bassi con una girata di testa vincente degna del suo repertorio. È proprio in queste sottigliezze di lettura che l’allenatore della Lazio ha fatto la voce grossa nei confronti del proprio dirimpettaio Gasperini, che con la sua furia, in parte anche giustificata, nel post-partita per il penalty negato ha sviato l’attenzione da alcune lacune nel proprio operato, come l’assenza totale di un piano B o la discutibile scelta di giocarsi insieme tutte e 3 le sostituzioni a disposizione all’84’, soltanto dopo aver subito la rete dello svantaggio.

Il piano orchestrato da Inzaghi non avrebbe tuttavia avuto successo senza la generosità di una squadra che ha guardato in faccia i propri limiti, accettando il fatto di dover rincorrere gli avversari e contestargli ogni pallone o centimetro di campo. Un cuore e uno spirito simboleggiati alla perfezione dalla devastante cavalcata del 2-0 di Correa all’89’, nata da uno sprint nel quale in pochi si sarebbero prodotti in quel frangente di partita, a seguito tra l’altro di un all’apparenza innocuo rilancio dall’area laziale. “El Tucu” sarà senza dubbio uno degli elementi da cui ripartire anche nella prossima annata, per la quale al momento permangono più incognite che certezze. Il 15° trofeo della storia dei biancocelesti, il 5° dell’era Lotito, potrebbe infatti aver idealmente chiuso un ciclo, sia per quanto riguarda la panchina che per diversi giocatori. Per ragionare sul futuro ci sarà comunque tempo, mentre adesso in casa Lazio, certa a questa punto anche dell’Europa League, c’è solo da godersi il presente.

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