Juventus e Modena, Coppa Italia che passione Vol. 2

Posted By on Lug 2, 2020 | 0 comments


Di Matteo Quaglini

La Coppa Italia è molte cose, tra queste anche l’estate. Si, quel mese che gli spagnoli chiamano “verano” e che simboleggia riposo, mare e sole. A volte però il simbolo dell’estate può essere una partita ed è qui che entra in scena la vecchia, cara, Coppa Italia. Avevamo lasciato la Juventus quattro volte campione: nel 1938 all’alba della Seconda Guerra Mondiale, nel 1942 quando le sorti di quel conflitto cambiano, nel 1959 vittoriosa sulla prima Inter di Angelo Moratti, non ancora euromondiale e poi, nel 1960 decennio che apre la società italiana ai favolosi anni ’60. Oltre a nostra signora degli scudetti, anche la Panini Modena faceva parte della nostra storia sulla coppa nazionale nel calcio e nella pallavolo. La mitica corazzata modenese ha vinto le prime sue quattro coppe nel 1979 anno di cesura tra il decennio del terrore stragista e l’effimera bell’époque degli anni ’80, quelli delle paninoteche, delle discoteche, della televisione patinata e dell’ultimo periodo di guerra fredda tra Usa e Urss.

La squadra del Cavalier Panini aveva poi vinto l’anno dopo, 1980 , e ancora nel biennio 1985 e 1986, quest’ultima stagione cruciale per riagganciare la vittoria. Dopo il flashback caro a Quentin Tarantino, e d’altronde questo è o non è il “Volume 2” della Coppa Italia, torniamo all’estate e alla coppa. E, più precisamente, tuffiamoci nell’estate 1965, cinquantacinque anni fa. Ore 21 della sera del 29 agosto, stadio Olimpico di Roma. Si ripete la finale del 1959: da una parte la Juventus di Sivori e del “movimiento”, dall’altra la Grande Inter campione d’Italia e d’Europa. E’ H.H contro H.H, come se fosse specchio segreto di Nanni Loy. Helenio Herrera contro Heriberto Herrera, catenaccio e lanci lunghi contro dinamismo e guizzi maradoniani, del campione Omar. L’Inter è in formazione tipo: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peiró, Suarez, Corso. Manca Domenghini, ma c’è Peiró il bandolero stanco, re dei lazi di coppa. Vince la Juventus 1-0 con un gol Menichelli, il romanino, che segna quando sente odor di casa. Heriberto ha battuto Helenio, mentre Omar Sivori lascia la Juventus com’era arrivato: da vincente.

A questa finale dall’aria romantica corrisponde, per trasposizione teatrale, quella del 1989 in tre atti tra la Panini Modena e il neo promosso Treviso. La squadra di Velasco ha già vinto l’anno prima, il 1988, battendo in due partite la Zinella Bologna: 3-0 davanti ai 3.000 fedelissimi del PalaPanini e 3-1 nella Bologna della Piazza Grande per dirla col maestro Lucio Dalla. Ora dopo le quinte coppe di Juventus e Modena, si va per la sesta. Dopo aver vinto 3-0 nella roccaforte del “Tempio” modenese, come lo chiamano gli adepti di quella filosofia pallavolistica, i pretoriani di Velasco scendono sul parquet del PalaVerde per affrontare i trevigiani di Nerio Zanetti, il Gigi Radice della pallavolo. E’ grande Nerio e sa allenare. Da subito forgia la base della squadra che mai prima di allora ha giocato in A1 e che diventerà, negli anni futuri, grandissima. In palleggio c’è un fuoriclasse della regia, Kim Ho Chul con tutto il suo oriente coreano nelle mani, al centro opera Andrea Gardini il maresciallo sempre all’assalto del muro avversario con le sue veloci chirurgiche. C’è anche “nanu” Anastasi, tra i gustatori dell’ordine modenese, che in un sol colpo racchiude due calciatori: Galderisi nel soprannome e il mito Pietruzzu nel cognome. All’attacco della Coppa Italia vanno anche i fratelli Lucchetta, Pier Luigi e Pier Paolo bronzo a Los Angeles ’84 con la nazionale due volte campione d’Italia con Parma acerrima nemica di Modena. Vince Treviso 3-2 ed è bolgia di colori e emozioni, si va alla bella. In gara tre, al PalaGalazzi di Forlì, la Panini ritrova la classe delle schiacciate di Bernardi e delle veloci di Andrea Lucchetta, delle alzate di Fabietto Vullo e delle bordate di Cantagalli, 3-1 per alzare la sesta Coppa Italia della storia.

Anche nella storia delle finali di coppa della Juventus c’è stato un momento alla Davide contro Golia, più precisamente è accaduto nel 1979 a Napoli e nel 1983 nella doppia finale contro il Verona di Osvaldo Bagnoli, mago della Bovisa. Quattordici anni dopo la vittoria del 1965, la Juventus rivince. L’avversario è il Palermo allenato da Veneranda, dove giocano i “figli della calda Sicilia” Silipo, Arcoleo e quelli di Puglia come Vito Chimenti il centravanti baffuto. Pronti via e sulla palla al centro l’azione si sviluppa nella metà campo della Juventus di Trapattoni, quella metà campo presieduta, per capirci, da Zoff, Benetti, Scirea, Gentile, Brio, Cabrini e Tardelli. Saltata la muraglia juventina Vito l’irruente alla Montalbano, fa gol ed è 1-0 Palermo. Tutto un popolo dalla storia millenaria e favolosa, festeggia. Questo risultato permane così fino al minuto ’83, quando Sergio Brio si incunea in area e per una volta in vita sua attacca una porta, anziché difenderla. L’1-1 spezza le ali del Palermo che si sente come Icaro e mette il turbo all’attacco di Bettega e compagni. Al ‘117, a tre dalla fine cioè, Causio segna il 2-1. E’ la settimana coppa.

L’ottava, invece, arriva nel 1983 l’anno grande della Roma di Liedholm e Viola. La Juventus battuta in campionato dai rivali rivoluzionari, brama la coppa per placare la sua sete di titoli. Di fronte c’è il Verona che ha fatto un campionato fantastico terminato con la qualificazione Uefa. Tra le file dei ragazzi che combattono per il gonfalone della città di Romeo e Giulietta, ci sono ex talenti prodigio di scuola juventina: Fanna e Galderisi. A Verona, Penzo e Volpati con due gol sembrano tirare la coppa dalla loro parte, come in una gara alla fune. La Juventus è tramortita e Rossi, Boniek e Platini come nei romanzi sono stelle che stanno a guardare. Al ritorno la squadra che Boniperti ha voluto regina del calcio italiano, aggredisce subito. E’ Rossi, alias Pablito, ancora una volta l’hombre del partido, a segnare dopo 8 minuti. Sull’1-0 la Juventus insiste e tiene lontano il Verona dalla porta difesa da Bodini eterno secondo di Zoff e quella sera, per volontà di super Dino, titolare fisso di coppa. Con una classica storia di genere di questo affascinante torneo, si prosegue a giocare. E ad aggredire. Entra Furino, giustappunto, a guidare l’assalto all’arma bianca.

Al’81° Platini si ricorda che lui è Luigi XIV, il re sole del calcio, e infilza Garella per il 2-0 che vale i supplementari. Quando manca un minuto ai rigori le roi trova le ultime forze e con una resistenza alla De Gaulle, un’azione ardita alla Turenne e audace alla Napoleone, segna la rete del 3-0 che ribalta partita, risultato e possessore della coppa. E’ il prodigio del re di Francia sulla coppa che parla italiano, un po’ come faceva lui quando era bambino.

E Modena? Abbiamo lasciato la Panini con la coppa tra le mani in un parquet di Forlì, ora la ritroviamo a Perugia quando già si chiama Daytona. Il presidentissimo Cavalier Giuseppe Panini ha venduto, nel 1993, la società a Vandelli che si occupa di ceramiche e non sa niente di pallavolo. La passione però è tanta e gli fa ingaggiare di nuovo grandi giocatori. Di fronte c’è Parma tanto per continuare il duello tra cavalieri medievali. Tra una lancia che è una schiacciata di Bracci e una spada brandita da Cantagalli, la partita infuria. E rasenta la battaglia. Modena vola sul 2-0 poi Parma che palleggia con Blangè, il Cruijff della pallavolo e mura e schiaccia con Giani e Gravina, reagisce. Il terzo set finisce 9-15 e Bebeto, l’allenatore che il piccolo cronista ribattezzerà Acquarella Do’ Brasil, spera ancora. Si gioca, nel quarto set, punto a punto. La Daytona non molla e dopo il 15 a 12 esulta: ha battuto il rivale di sempre e vinto la coppa. Intanto la Juventus ha vinto la coppa Italia del 1990, l’anno delle Notti Magiche, contro il Milan di Sacchi in una sfida sportiva intrisa di un tratto tipico del ‘900: l’ideologia. In questo caso tattica: uomo contro zona pressing. Questa partita bellissima per intensità emotiva rivive le sue gesta nella pallavolo con la riedizione della finale del 1989 tra Modena e Treviso. La finale dei due mondi tesa tra la storia e la novità. Tra l’impero delle schiacciate e il nuovo regno emergente, anno domini 1995. Vincerà Modena in un PalaLottomatica romano stracolmo, agorà suggestivo del teatro chiamato pallavolo. Entrambe le racconteremo, come si fa con i classici, in un articolo a parte. Noi, invece, concludiamo per ora con il nono titolo della squadra che tutto vuol vincere, la Juventus. E’ la 48ª edizione della Coppa Italia di calcio e a giocarsela, come in un duello western leoniano, sono la squadra di Lippi di nuove sposata con lo scudetto nove anni dopo l’ultima volta e il Parma di Nevio Scala, avanguardia mitica del football nostrano di allora. E’ la terza sfida dell’anno. In Campionato ha trionfato la Juve in Coppa Uefa il Parma, la terza sfida è per conquistar la bella che porta il nome dell’Italia e si racchiude in una coppa come fosse uno scrigno. Dopo l’1-0 per i lippiani dell’andata, c’è il ritorno a Parma nel feudo che ribolle in cerca di rimonte. E’ l’11 giugno del 1995 il giorno del duello. Scala contro Lippi, Vialli contro Zola, Tino Asprilla contro Ravanelli, la difesa di Couto, Minotti, Apolloni contro un giovanissimo Del Piero che ha scavalcato nelle gerarchie il Divin Codino Baggio. Il mago Merlino Alex infila il primo “tanto” come direbbero gli spagnoli, il primo gol cioè mentre Ravanelli “Frezza bianca” chiude la finale con il secondo sigillo ermetico come quello che appose il Cardinal Rivarola davanti a Pasquino nel film culto “Nell’anno del Signore”. Pellicole, personaggi, partite, rimonte, squadroni contro neofiti, scontri ideologici tutto questo è Coppa Italia che passione. La Coppa che a volte è anche l’incarnazione dell’estate.

Submit a Comment