Di Matteo Quaglini
Chissà cosa avrebbe pensato Zar Simeone, imperatore di Bulgaria, di Stoichkov e Zlatanov e dei loro sodali. Probabilmente, anzi certamente, li avrebbe lodati e amati per il loro coraggio. Hristo e Dimitar sono stati indissolubilmente i simboli delle due squadre bulgare più grandi nel calcio e nella pallavolo. Sulle ali della storia il cui solco venne arato da Asparukov, straordinario padre della patria sportiva bulgara, questi due autorevoli capitani di ventura sono stati i condottieri della grande Bulgaria ’94 terza ai mondiali americani e di quella competitiva e difficile da battere del quindicennio 1970-1985 nella pallavolo internazionale.
In entrambe le occasioni gli eredi dello Zar affrontarono l’Italia, quella un po’ glamour e radicale nel verbo tattico di impronta sacchiana e quella non ancora protagonista e vincente della palla in aria. Nacquero due partite epiche giocate a diciotto anni di distanza l’una dall’altra. Emozionanti e guerresche, battagliate e incerte, ribadirono il carattere indomabile dei bulgari e sancirono quello nuovo dell’Italia. Nel calcio fu la via di un nuovo modo di condurre le partite che si stava affermando e che ancora oggi battaglia con la tradizione conservatrice, alta e nobile, del nostro football. Nella pallavolo fu il momento della prima volta, la prima volta che andammo alle Olimpiadi.
Era il 22 gennaio del 1976 e si giocava a Roma. L’Italia allenata del Prof Anderlini, un misto tra Trapattoni e Rocco, aveva battuto il giorno prima la Jugoslavia per 3-1 vendicando le scoppole subite, pochi mesi prima, all’Europeo in terra slava dove azzurra chiuse mestamente decima. Era, in fondo, la nostra dimensione pallavolistica lontana anni luce dagli squadroni dell’Est Europa e nel limbo tra quelli continentali. Infatti lì, nella Belgrado che ricordava atmosfere cupe e fascinose, due fatti confermarono questo stato malinconico delle cose. Nel girone finale valido per i piazzamenti fuor di medaglie, perdemmo anche dalla Francia che non era ancora quella di Fabiani o quella di oggi di N’Gapeth, e fu un onta. Poi a completare l’opera vennero le liti interne, stile Monaco ’74 nel calcio, tra Mattioli fuoriclasse in palleggio e i modenesi Dall’Olio, Giovenzana, Montorsi, Nannini. Era il riflusso delle polemiche del campionato tra la rivoluzionaria Ariccia che osava giocare per lo scudetto e l’aristocratica Panini Modena che non voleva abdicare dal trono di signora indiscussa del campionato.
In questo clima di rapporti e con questa situazione tecnica, la vittoria sulla Jugoslavia del 21 gennaio aveva allargato alla speranza, ma di fronte il giorno dopo c’era la Bulgaria di Dimitar Zlatanov uno dei migliori attaccanti di posto 4 del mondo. Favori del pronostico? Nessuno. Lo spettacolo però vale la presenza della televisione. Il prof Anderlini organizza la squadra: in palleggio il baronetto Mattioli, sua maestà di Ariccia. I tre attaccanti di banda sono Nencini e Sibani alla mano con Nassi opposto. Al centro Montorsi e Lanfranco, il Claudio Sala della pallavolo. Di là i bulgari con l’attacco al fulmicotone e il muro impenetrabile.
Il primo set è in controllo e gli azzurri vincono 15-13 con due grandi Nencini e Sibani. Poi appare il muro dei bulgari e sono dolori. Dimitar Zlatanov attacca con la stessa verticalità di Asparukov e la precisione del piede sinistro di Stoichkov e rovescia la partita: Bulgaria 2 Italia 1. I maestri bulgari ci hanno lasciato nel secondo set a 6 punti e nel terzo a 8, non c’è stata partita, ma il pubblico non molla e forse ricorda, proprio in quel 1976, la lezione di Gassman secondo cui in teatro e in cinema anche lo spettatore ha la sua funzione, e così è nel calcio e nella pallavolo.
Dopo il pubblico, le scelte dell’allenatore. Entra Negri, il mancino alla Boninsegna, per Sibani poi dentro anche Giovenzana su Nencini e Dall’Olio va a sostituire sua grazia Mattioli. Rumina gioca l’Italia e prende ritmo, quando Lanfranco mura Zlatanov è la catarsi. Il buon Gianni si gira e guardando Giovenzana, in pieno trans emotiva gli urla: ce la facciamo! Sul 2-2 si va al quinto, a questo punto. La partita è di nuovo passata dalla nostra parte. Urla il pubblico e con lui il Prof Anderlini, la squadra combatte e i soldati dello zar Simeone sono all’angolo. A un certo punto per via del nuvolo di emozioni che avvolge i giocatori Lanfranco sviene, poi rientra. Abbiamo vinto per 15-7, siamo per la prima volta, come rappresentativa nazionale della pallavolo italiana, alle Olimpiadi.
Diciotto anni dopo c’è la rivincita in America. E’ il 13 luglio del 1994, si gioca a New York la semifinale dell’afoso mondiale made Usa. L’Italia di Sacchi ha stentato nel girone iniziale con Eire, Norvegia e Messico, come da tradizione siamo passati sul filo del rasoio. Poi quando già eravamo sull’areo per tornare a casa, al 90′ Baggio riacciuffò la qualificazione contro la Nigeria e ci portò in semifinale con la lunga cavalcata verso Zubizarreta che fu tra le sue azioni più belle e immaginifiche.
Ora nella Nuova York, che l’impero britannico mai avrebbe immaginato indipendente, la sfida era con gli indomabili bulgari nella loro versione tecnica e pisco-fisica migliore. E’ la grande Bulgaria di Penev allenatore e dei soldati che tanto avrebbe amato Zar Simeone: il portiere Mihailov, l’arcigno difensore che sembra un pirata di Barba Nera Ivanov, il rapido Kostadinov, lo sgusciante Sirakov, l’incursore Lechkov che ha steso in tuffo di testa la Germania campione del mondo e poi Balakov il leone del gol.
E’ una grande squadra questa, e a proposito di leoni, il re della foresta è Hristo Stoichkov che col sinistro canta e guida i ragazzi di Bulgaria. L’Italia gioca con 4-4-2 sacchiano: Costacurta e Maldini formano la coppia centrale, Donadoni parte ala destra nella migliore tradizione del football nostrano e poi si accentra da trequartista come faceva nel Grande Milan, Casiraghi è il centravanti anni ’70 che gioca da boa in area e combatte col cuore indomito. Su tutti c’è lui, il Divin Codino: Roberto Baggio. Robertino gioca come Raffaello dipingeva, divinamente appunto. Al 21′ parte dalla sinistra e si accentra poi col destro imprime alla palla una traiettoria arcuata che muore in rete alla sinistra di Mihailov, 1-0. La partita è tesa, ma la Bulgaria sprigiona poco il suo gioco: quello che ha annientato la Mannaschaft di Lothar Matthaus. E così facendo concede campo all’Italia. Azione sul perimetro da sinistra a destra e palla dentro l’area, scatto di Baggio e tiro rasoterra a incrociare sul palo lungo 2-0, Sacchi in panchina sorride come ai tempi delle notti magiche di Madrid e Barcellona.
La Bulgaria è colpita nel punteggio, ma non nell’orgoglio. E si sa che i bulgari di orgoglio ne hanno da vendere. E’ la loro magica storia che gli ha dato questo tratto, pericoloso a volte suggestivo e importantissimo in altre. Lo sgusciante Sirakov si incunea in area e nell’uno contro uno con Costacurta viene toccato fallosamente, rigore. E’ il tempo, sul dischetto dello Giants Stadium, di Hristo Stoichkov. Piatto sinsitro e Pagliuca spiazzato c’è ancora speranza nel vento dell’Est. L’Italia però resiste e la Bulgaria è meno aggressiva di come lo è stata con Germania e Argentina prima. La squadra di Sacchi resiste e d’altronde Colombo era un italiano nella nuova terra. I sacchiani vincono e volano in finale ad affrontar il Brasile di Romario. La Bulgaria vede svanire il sogno della sua prima finale mondiale, ma è stata grandissima come sempre e meglio di sempre nella sua storia. Anche Zar Simeone, da lassù, se ne sarebbe compiaciuto.