Il Torino, squadra di sogni, di coppe e di campioni

Posted By on Ott 24, 2020 | 0 comments


di Matteo Quaglini

Torino è la città della magia bianca, la città che guarda alla Francia dei talenti perché essa stessa ha talento, la città delle suggestioni sportive: juventine e toriniste. Una città che proprio sotto la sua bandiera granata unisce due epiche, quella della storia cavalleresca dal cuore “Toro” e quella elegante dei campioni di pallavolo della Robe di Kappa, nel quinquennio 1979-1984. Due racconti sportivi che si incrociano con tratti affascinanti e coinvolgenti, con caratteri identitari e mai banali, con il cuore che pulsa, in partita, di emozioni. E con un tratto magico, retaggio alto delle vie della città, che associa allenatori e giocatori, partite e gesti tecnici. Quasi fossero due mondi paralleli che si incontrano, due storie scritte dallo stesso autore che però, per omaggiare la magia del culto “granata” ha firmato i suoi racconti in maniera diversa.

Il Torino in tutte le sue sfaccettature si è sempre accostato al mito, al racconto di marca sudamericana, malinconico e suggestivo. Ma non solo. Si è raccontato, questo gigante dello sport come fosse un’epica medievale o come fosse un sogno orientale, universo fondato sulla cultura dell’identità, dell’appartenenza, del rappresentare un’idea. Il Grande Torino, la squadra mito del calcio italiano dal 1942 al 1949, è stato un gruppo di “samurai”, gli “ultimi” ma grandissimi come nel Giappone del 1876.

E così in un mondo parallelo, che solo lo sport sa regalare, la Robe di Kappa Torino prima Cus e poi Klippan, ha rappresentato il simulacro estetico del gigante duro e vincente che fu il Torino dell’immenso Valentino Mazzola. Come se una delle squadre più forti di sempre nella pallavolo italiana, si raccontasse nella metafora della palla di biliardo.

Metafora che così recita: una stecca, un tappeto verde com’è il campo da calcio e com’erano alcuni parquet delle palestre gotiche degli anni ’80, un colpo “spaccone” alla Paul Newman e, una traiettoria diversa, altra come direbbero gli antropologi, che va in una buca non stabilita. Questo è il tratto che accomuna il Torino del calcio a quello della pallavolo. Non c’è prevedibilità, non c’è stereotipo, non c’è normalità. Tutto è grande ma non effimero, tutto è gloria ma non sicumera, tutto è racconto non cronaca.

Due allenatori sono stati gli ammiragli alla Hontario Nelson dello sport torinista: Silvano Prandi, il professore diplomato all’Isef, e Gigi Radice, il milanista che ha amato solo il cuore Toro. E’ curioso come il gioco dell’universo, e quindi della vita, gli abbia fatto percorrere gli stessi passi: allenatori giovani e vincenti nello stesso periodo il decennio 1976-85, allenatori innovativi e fuori dall’ortodossia del gioco a uomo o della palla alta, allenatori in grado di guidare i loro alfieri alla vittoria contro dei monoliti infrangibili come la Panini Modena e la Juventus, allenatori che sono andati via e poi sono tornati, Prandi a Cuneo l’erede del Torino pallavolo dopo la sua ultima stagione, il 1988. Mentre Radice dopo la Milano non ancora da bere, tornò nel Torino di Leo Junior e Giuseppe Dossena, per un attimo di nuovo in corsa per lo scudetto nell’anno magico del Verona campione.

Quante grandi storie di squadre e giocatori ci sono state a Torino, città invisibili nelle città, per dirla con Calvino. La Robe di Kappa è stata la squadra faro della pallavolo italiana dal 1976 al 1985, poi quell’anno il Bologna, un’altra città che nel calcio ha raccontato arte e suggestioni, vinse ai quarti il play-off battendo i quattro volte campioni d’Italia granata e nell’80 d’Europa, sancendo la fine di magistero straordinario.

Si perché quella squadra era fuori dall’ordinario, come il Grande Torino di Loik e Mazzola, di Bacigalupo e Castigliano, di Gabetto e Maroso. Due squadre capaci di fare epoca nelle vittorie. Con due effigi: il Grande Torino, che si scrive con la G maiuscola in un omaggio ai personaggi senza tempo, vinceva i campionati con oltre cento gol. Era lì il suo manifesto. Era la sintesi del famoso “passo” di carica del quarto d’ora finale, quello dell’arrembaggio alla porta avversaria per decidere senza paura la partita. Un modo di essere copiato poi dal grande Real di re Cristiano oggi, e del “caudillo” Di Stefano ieri, e anche dal Manchester United di Sir Alex Ferguson.

L’effige del Torino pallavolo, invece, è tutta in una data: 19 marzo 1980. Per la prima volta nella storia del gioco inventato dagli americani, una squadra occidentale, una squadra italiana, una squadra torinese visto che 7 dei 12 giocatori in rosa erano nati e cresciuti nella città della Mole, vinse la Coppa dei Campioni, annichilendo gli “zar” dell’Est Europa che dominavano allora come oggi sono tornati a fare.

Una città che trionfò in un’altra, Ankara. Una squadra che il calcio ha rivissuto nel Torino del 1992, anche se Amsterdam non dette le gioie turche di dodici anni prima. Era la squadra del Mondo, Emiliano Mondonico, di Cravero e Scifo, di Casagrande e Marchegiani, imbattuta ma purtroppo non vincente in finale. L’ultimo grande Toro quello, vincitore della Coppa Italia ’93, capace di essere grande anche nella sconfitta. Un’altra magia che solo il Torino può regale: i secondi posti della squadra di pallavolo, quello di quella coppa dal viaggio incredibile e altre che in luoghi e squadre diverse avrebbero fatto piangere ma che con il Torino diventano racconto sudamericano fascinoso.

La pallavolo con la Robe di kappa ha trasmesso le stesse sensazioni quando per alzare il livello del campionato, che il Torino vinceva da anni, gli stessi dirigenti proposero di fare i play-off e nacquero le partite epiche con Parma, nonché erede alla vittoria: la Santal del mito Kim e dell’ex Lanfranco.

Uguali i due Torino sono stati. Uguali nell’avere giocatori eretici e opposti, all’ala cioè: Gigi Meroni e Franco Bertoli. Uguali nell’avere bandiere: Ferrini e Rebaudengo. Uguali nelle grandi presidenze visionarie: Ferruccio Novo e Primo Nebiolo. Uguali nel rappresentare negli anni ’40 e nei primi anni ’80 la nazionale italiana. Uguali nel segno dell’imbattibilità casalinga anni ’70, 52 partite la pallavolo, 56 partite il calcio.

Uguali nell’avere due miti del giornalismo a raccontarle queste storie alla corte di re Artù, Carlo Gobbi e Gian Paolo Ormezzano. Uguali e incredibilmente diverse oggi, col Torino calcio che si dibatte nelle secche dell’anonimato e il Piemonte Volley invece erede estinto della Robe e di Cuneo, nel 2014.

Le due strade solo apparentemente si sono divise perché un senso questa storia parallela ce l’ha in ogni caso: sei grande Torino, così diverso e pure così uguale nel raccontare le gesta e i sogni del tuo immortale e indimenticabile mito.

 

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