‘Fear the Panther’: Felipe Caicedo, il sesto uomo

Posted By on Nov 9, 2020 | 0 comments


di Daniele Izzo

 

Nella settimana che ha visto Joe Biden diventare il 46° Presidente degli Stati Uniti d’America, sorge spontaneo un paragone a stelle e strisce: Felipe Caicedo come James Harden. O meglio, Felipe Caicedo come il ‘sesto uomo’ nel basket. ‘Fear the Beard’ come ‘Fear the Panther’. L’importanza del graffio dalla panchina. La consapevolezza e la voglia di incidere, di essere decisivi a partita in corso. L’importanza di chiamarsi Felipe.

Cambiare l’inerzia del gioco. In Italia qualcuno direbbe ‘spostare gli equilibri’. Ricercare l’attitudine all’essere decisivi in pochi minuti. Incidere nella sfida come nessun altro, fino a quel momento, era stato in grado di fare. Ribaltare previsioni, andamenti e partite nella partita. Questo fa il ‘Sesto uomo’. È un’essenza, un modo di interpretare il gioco devoto a una sola regola: farsi trovare pronto, sempre. Così diventa fondamentale nei finali di gara: quando le difese sono stanche e disattente, freschezza e offensività gli permettono di incanalare la partita nei giusti binari per la sua squadra. Una descrizione comune negli Stati Uniti, dove a fine anno si assegna un premio specifico, ma che leggendo bene si può applicare anche a chi il pallone, invece che con le mani, lo addolcisce tra i piedi. A chi, dovendo coesistere con un marcatore implacabile ha deciso di ritagliarsi uno spazio tutto suo. A chi graffia come Lou Williams e decide come Harden. A chi risponde al nome di Felipe Caicedo.

Lazio – Juventus sembrava finita. La partita stava scivolando via tra il fluido possesso palla bianconero e la bionica sentenza, rispondente al nome di Cristiano Ronaldo, che ancora una volta aveva posto la firma sul tabellino dei arcatori. Eppure quando Dybala perdeva banalmente il pallone, e l’orologio segnalava 93:40 un pensiero si sarà palesato nella testa di alcuni spettatori: ‘Ma metti che?’. No impossibile, manca troppo poco. E invece quel pensiero era giusto, perché la Lazio ha un cuore in più, che sembra intensificare il suo battito dopo il novantesimo. Il cuore di Felipe Caicedo, del ‘sesto uomo’.

Un trampolino di lancio, come è stato per James Harden a Oklahoma, con il quale l’attaccante ecuadoriano condivide il fatto di non esser ancora riuscito a vincere un titolo. Una condizione stabile, simile a quella di Emmanuel Ginobili da Bahia Blanca. La continua ricerca della perfezione del ruolo, che vede Lou Williams non ancora stanco di ricevere riconoscimenti in materia. Caicedo concilia nel traslato calcistico del ‘sesto uomo’ tutto questo: un attaccante arrivato al grande palcoscenico grazie alla Lazio, che da due anni è stabilmente l’arma dalla panchina di Simone Inzaghi e che ormai, si è capito, punta a rimanere nella storia spodestando un’altra ‘C’. Quella di Cesarini.

Chissà come sarebbe vedere Caicedo prendere il tiro sulla sirena. Per il momento, tuttavia, accontentiamoci di vederlo segnare, nell’attesa che magari anche la FIFA istituisca un premio per il ‘Sesto uomo’. Un premio per lo ‘spacca-partite’ più decisivo, un ruolo con sempre più accrescente rilievo nel calcio moderno.

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